III viaggio in Ecuador

INTRODUZIONE
Queste le foto scattate e raccolte per tornarvi a raccontare una avventura a metà strada tra il sogno e la condivisione di valori pregnanti ed immarcescibili. Principi impastati con i sapori della solidarietà, la forte attrazione per una terra che sprigiona energia vitale da ogni sasso o cespuglio d’erba ed il profondo affetto per il popolo, genuino e verace, che la abita. In breve, le istantanee del mio terzo viaggio alla scoperta di un Ecuador nascosto, però tutto da scoprire, poiché prezioso ed ambivalente come un diamante; ma anche il terzo viaggio per portare sino in America Latina (l’America Latina appesa sul filo dell’equatore, tra giganti verdi, mare d’incanto e intrigate selve da mille ed una notte), i generosi doni che servono per alimentarvi i nostri progetti benefici: l’adozione di boschi nativi nella parrocchia rurale di Salinas (provincia di Guaranda), con l’obiettivo di ritagliarvi oasi naturali e parchi didattici a servizio delle scuole; il finanziamento di libri per l’istruzione scolastica e per la divulgazione di pensieri, vissuti ed emozioni di ragazzi d’oltreoceano (collegio di Salinas e scuole del relativo comprensorio); il sostegno, mediante adozioni a distanza, di due istituti che accolgono bambini abbandonati o in difficoltà, per l’esattezza l’Hogar (casa di lunga permanenza e ricovero) de Jesús, di Santo Domingo (provincia di Santo Domingo de los Tsáchilas) e la Guardería (asilo nido) San Luis Gonzaga-Santa María de Nazaret, di Guayaquil (provincia di Guayas).

 

Muchas gracias e “non girate mai lo sguardo per allontanare il dolore, piuttosto combattetelo, anche fissandolo negli occhi”

Chi è causa del suo male…

 

Tania Belli

Il sito della Onlus “Il Treno”

E’ in via di completamento il sito della nostra Onlus cultural-solidale Il Treno gestito da Giancarlo
L’indirizzo del sito è  www.iltreno.net: c’è anche una sezione dedicata all’Ecuador, con la descrizione dei progetti e delle iniziative avviate per realizzarli (si tratta di un approfondimento tecnico, necessario per catturare nuovi donatori, visto che Il Treno ha un conto apposito per le contribuzioni economiche )…

Festival Cameristico Città di Poggio Moiano – II edizione

A.Gi.Mus. Sezione di Rieti Sotto il Patronato delConsiglio dei Ministri

Ministero  Istruzione Università Ricerca

Ministero Attività Culturali 

con il sostegno IMAIE

ed il patrocinio del Comune di Poggio Moiano                                                                                                                                                              

PROMUOVE

“Festival Cameristico Città di Poggio Moiano – II edizione”

Teatro Comunale – Vicolo I  


Venerdì 6  luglio ore 21.00 Quartetto DecibelMusiche di Beethoven 

Domenica 9 settembre ore 17.00 Video-reportage “Ecuador: paese delle contraddizioni” Daniele Scala,  clarinettoWalter Orsingher,  pianoforte

Musiche di Schumann, Brahms

Venerdì 14 settembre  ore 15.30 Bruna Tredicine,  sopranoMaria Di Pasquale,  pianoforteMusiche di Ginastera, Piazzolla 

Lunedì  24 settembre  ore 18.30 Quartetto di Pistoia Musiche di Mozart, Schumann 

 

Sabato 29 settembre ore 17.00  Renato Riccardo Bonaccini, violino Catia Capua,  pianoforteMusiche di Beethoven, Brahms 

Domenica 30 settembre ore 17.00 Laura Vinciguerra, arpaStefania Cruciani,  pianoforte Musiche di Respighi, Tournier

Domenica 7 ottobre  ore 17.00 Francesco Storino, violoncelloMusiche di Bach Info: A.Gi.Mus. Sezione di RietiPresid. Catia Capua: Tel. 3333109516 

LA MANIFESTAZIONE NON HA SCOPO di LUCRO, ed è STATA ABBINATA ad una RACCOLTA FONDI A FAVORE di PROGETTI SOLIDALI IN ECUADOR CURATI dalle ONLUS: “OLTRECONFINE” ed  “IL TRENO”(info: taniabelli75@yahoo.es) 

 

Il vuoto intorno: i “barrios marginales” di Guayaquil

Testo e foto di Tania Belli 

            Ho conosciuto i senza vita.
            Li ho conosciuti calpestando i rottami delle loro vite a pezzi, sbriciolate, come macerie di uno sviluppo sismico, tra le carcasse di un fac-simile di esistenza.
Li ho conosciuti masticando la loro stessa polvere, razione quotidiana di una stagione parca d’acqua, ma generosa di asfissiante calura (nella stagione delle piogge, poi, le parti s’invertono, costringendo a masticare fango ed inalare il lezzo di una umidità incontenibile!).Li ho conosciuti masticando la loro stessa polvere, razione quotidiana di una stagione parca d’acqua, ma generosa di asfissiante calura (nella stagione delle piogge, poi, le parti s’invertono, costringendo a masticare fango ed inalare il lezzo di una umidità incontenibile!).

 

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Li ho conosciuti entrando nel putrido caos delle loro abitazioni, piegate inesorabilmente sul fianco, come balene incagliatesi nella battigia, dopo aver inutilmente guerreggiato con le onde del tempo. Li ho conosciuti mimetizzandomi tra i variopinti cumuli di rifiuti da cui è decorato il greto del loro fiume, unica logica urbanistica dell’ennesima invasione pseudo-edilizia che si è arroccata, in un batter di ciglia, sulle costole osteoporotiche di una città istrionica: Guayaquil. Li ho conosciuti, cioè, nell’imitare quanto molti di essi fanno, per causa di forza maggiore, con quell’ammasso di immondizia che ne affolla la quotidianità, ma per il quale, i più sagaci di essi, ringraziano “Dios que nos ha dado el mejor material para vivir”. Per fortuna, comunque, Dio ha anche donato loro corpi coriacei, ai quali, se qualcosa manca, non è certo quella corazza di anticorpi che consente il lusso di coabitare, addirittura servendosene, con gli scarti di una società cieca o accecata.Li ho conosciuti seguendoli nel regno del poco o nulla, e del farsi bastare quanto si possiede. Un regno in cui, per un accorto ed assennato gioco di prestigio, un platano (o, come lo chiamano sulla costa, il verde)[1], può tramutarsi, con un briciolo d’inventiva, in carne, pesce o pane[2] e la parola caramella, come del resto tutto le altre parole che raffigurano lessicalmente ciò che tra gli stenti appare superfluo, è bandita (…spesso, tuttavia, non lo sono televisori o impianti stereo di ultima generazione: forse perché gli unici simboli raggiungibili di un sogno di vita degna e dignitosa….malgrado, tutt’intorno, squallore e carestia continuino a prosperare!).

 

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Li ho conosciuti scoprendoli tra la muffa del loro dimenticato dimenticatoio: un ammasso geometrico di scatole in legno a forma di casa, accovacciato, come una animale in gabbia, sotto la rumorosa gobba di una delle protuberanze della Perimetral: la più trafficata arteria viaria di Guayaquil.Li ho conosciuti incontrandoli tra i fuochi incrociati di una delinquenza galoppante e servizi pubblici carenti, due flagelli a cui solo di recente si è tentato di metter mano, dando una parvenza di decoro ad un quartiere indecoroso, specchio delle vergognose negligenze dei politici del passato[3].  Li ho conosciuti affacciandomi a guardare dentro le loro molte ferite ancora sanguinanti e che, avendo impattato contro un sistema sanitario che s’arresta dinanzi alla povertà, solo la vocazione filantropica di volontari con l’elmetto della fede o di una sensibilità marcatamente altruistica, può suturare, pur facendo salti mortali degni del più audace degli acrobati.Li ho conosciuti avvicinandoli nella loro scadente e scaduta routine esistenziale, quell’andamento, fatto più di bassi che di alti, da cui sono scandite le loro ore; grappoli di minuti dal sapore infinito che chiunque, col seno di poi, sarebbe invogliato a gettar lontano dal suo presente e, ancor più, dal futuro, ma che essi, per converso, conservano gelosamente, non avendo nient’altro con cui farcire una vita per la quale l’oggi non varia di una virgola rispetto allo ieri ed il domani idem.  Ma, soprattutto, li ho riconosciuti negli occhi languidi e spauriti da un disorientamento disarmato e disarmante, dei bambini accuditi dalla guarderia[4] di Bachi, demiurgo, nonché albero maestro di una scialuppa di salvataggio (alias la Fundación San Luis Gonzaga–Maria de Nazaret), in navigazione nel pieno di un uragano socio-esistenziale. Una sorta di officina, arrampicata su di una palafitta di problemi, dove vengono riparati e successivamente oliati gli ingranaggi di una infanzia asfittica, incapace finanche di compiere il suo gesto più naturale: giocare.

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Poiché è un’infanzia orfana del piacere dello svago e della spensieratezza…d’altronde cosa aspettarsi da bimbi che trascorrono il loro tempo quasi esclusivamente ai margini della strada, assistendo a spettacoli di violenza e disperazione, già abbondanti all’interno del focolare domestico (un focolare fioco, per non dire del tutto spento!), se non venir menomati della spensieratezza e perder il gusto per il divertimento? Un’infanzia, per giunta, orfana pure dell’affetto della famiglia, i cui cardini portanti, madri e padri di progenie abbandonata a se stesse, di frequente sono colpiti dal batterio dell’emigrazione, che prolifera in Ecuador, dove, la vana ricerca di una fonte di reddito, induce ad estendere la dura esplorazione oltre frontiera (….cosicché quelle creaturine per sfamare le quali si è fatta la tormentata scelta di volare all’estero, rimangono impantanate ed indifese nel bel mezzo del guado della crescita, nell’ipotesi migliore seguiti da nonni anziani o parenti distratti!). Migrazione, un germe maligno ed infestante che spesso si combina con l’altro, ancor più insidioso, denominato “mal d’anima”, una trascuratezza generata dall’inconsapevole ed accidentale ignoranza, che può giungere sino a rasentare l’immoralità[5]. 


[1] Per noi italiani la banana, un frutto che in Ecuador, la cui terra ne è esageratamente ricca in specie e qualità (talmente ricca da farlo assurgere a primo esportatore sul mercato internazionale), viene anche consumato come verdura, cucinandolo nelle più svariate salse, tutte ugualmente appetitose…credetemi sulla fiducia!

[2] Come, investendo proprio sulla sua immaginazione, è riuscita a fare quella madre che, a corto di provviste alimentari, ha pensato bene di trasformare, per la vista ed il palato dei figli, il solo cibo che possedeva, le umili ma caloriche banane, in ogni sorta di pietanza, pur rimanendo delle mere ed umili banane. Una illusione ottico-gastronomica con la quale, nell’arco di un’intera settimana, ha potuto saziare fame e gola di bambini in piena crescita e con l’acquolina perennemente in bocca.

[3] Merito di un alcalde illuminato, lo stesso che, nel 2000, ha posto la prima pietra del “Malecón” (lo scintillante e modernissimo lungomare, o meglio lungofiume della Guayaquil opulenta ed affarista), per inaugurarlo già un anno dopo. Un sindaco che, tamponando l’annosa emorragia della corruzione, ha finalmente agito in modo da convogliare i soldi pubblici verso la corretta direzione: la realizzazione di opere pubbliche, migliorando l’aspetto di una città doubleface. Una ciudad nella quale, cioè, allontanarsi dal centro metropolitano equivale a tuffarsi nelle viscere della miseria.   

[4] Asilo nido.

[5] Contattateci per sostenere la Fundación San Luis Gonzaga–Maria de Nazaret o avere maggiori notizie.

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Dossier Esmeraldas: una rivoluzione tricolore (ma non solo).

versione stampabile

di Tania Belli

 

Chi, prima dello scoccare degli anni cinquanta del secolo scorso, ha avuto la “disavventura” di conoscere Esmeraldas, la seconda città costiera dell’Ecuador (una città che a fatica viene considerata latinoamericana, in virtù del colore tendente al cioccolato dei suoi abitanti, di “chiara” origine africana1), si troverebbe in seria difficoltà nel rassomigliarla a quella che gli apparirebbe dinanzi oggi, agli inizi del III millennio.

Tutto ciò, poiché, nel frattempo, da un esercito recante le insegne del nostro tricolore, vi si è intrapresa e combattuta una vera e propria lotta per lo sviluppo. Una lotta indolore (almeno in quanto a spargimenti di sangue) con la quale, granello a granello, se ne è propiziata la metamorfosi, compiendo un prodigio che, immaginato dal di dentro di quel remoto girone dantesco, pareva molto di più che una chimera.

Chi, dunque, dietro la sobria e squadrata griglia di strade che attualmente ne costituiscono lo scheletro, saprebbe riconoscere il profilo sudicio e disordinato della Esmeraldas pre-rivoluzione, che per nascere si dovette appoggiare sulle sponde dell’omonimo rio, a cui tuttora si aggrappa?

Chi, visitandone il porto in un giorno qualsiasi di questo 2007, piuttosto che l’area metropolitana, sarebbe capace di immaginare cosa fosse Esmeraldas precedentemente allo sbarco della pacifica, ma agguerrita truppa dei monaci comboniani sulla sua verde spiaggia2?

Sì, gli italianissimi monaci comboniani: in quanto proprio ad uno sparuto gruppo di uomini armati di saio, croce e buona volontà, appartenenti al peculiare reggimento monastico “made in Italy”, si deve lo scoppio della bomba rivoluzionaria nel caos, impregnato di povertà ed immoralità, di una Esmeraldas in piena espansione. Una Esmeraldas dove, mancando quasi del tutto il lato etico del vivere associato, nonché l’ottimismo di ammirare fiduciosi l’orizzonte, il rimbombo della deflagrazione provocata dai frati combattenti, fece breccia soprattutto nelle anime. In quelle cavità toraciche in cui, sino a quel momento, avevano alloggiato essenzialmente cuori svuotati della speranza, della dignità e del desiderio di vivere. Fu in tal modo che, restituendo a creature disilluse gli stimoli ormai assopiti da una esistenza grama e desolatamente abbandonata alla misera del sopravvivere, quegli umili, ma infaticabili soldati della fede, seppero dare fuoco alla fiamma di un cambiamento dalla portata rivoluzionaria.

Una mutazione che, radicandosi nella terre di una coscienza nuova (una coscienza rigenerata iniettandovi l’antidoto più efficace per riattivarla, ovvero educazione combinata con moralizzazione), poté far risollevare le aspettative di una intera città. Quella città che, rassegnata, piegava inesorabilmente verso il basso il suo sguardo. Non un domani da costruire, né un futuro da riempire, quanto neppure progetti per il miglioramento della precaria dimensione contingente, ma solo un presente da condurre fino alla sera, da vivere alla giornata, erano, invero, le preoccupazioni che turbavano i pensieri dei suoi abitanti fino ad allora.

Un allora che, tuttavia, fu preparato ed agevolato dai moti scatenativi, almeno un ventennio prima, dalle intrepide amazzoni con il velo di una congregazione monastica belga. Le “suore della provvidenza”, infatti, decisero di puntare verso la costa nord dell’Ecuador il timone della loro arca; un’arca carica di solidarietà e spirito mistico. Un’arca che ogni giorno di più, pur imperversando intorno a sé un furente diluvio di sfiducia, machismo e malcostume, è riuscita a far salire a bordo, dandogli la possibilità di riparare in un molo immune dalle intemperie, un numero sempre maggiore di anime smarrite. Adolescenti ed adulti, maschi e femmine, neri e bianchi che nuotavano, senza posa, nelle acque agitate di una società in balia dei suoi malesseri.

Pertanto, suore e monaci insieme, attaccando su diversi fronti, ma pur sempre movendosi dal medesimo versante, quello di comunicare un nuovo messaggio parlando tramite il megafono dell’istruzione scolastica, sono stati i veri strateghi di una partita giocata senza regole, e, men che meno sicurezze, come una sorta di poker a carte scoperte, con in palio le loro stesse vite.

E le loro vittorie sono ancora ben visibili; e non soltanto lo sono nelle generali implicazioni di un cambiamento fatto principalmente di sostanza, più che apparenza, cioè nei fini da loro strenuamente perseguiti, quanto anche nei mezzi adoperati per arrivare a toccarli, cioè nei ponti costruiti per far giungere a destinazione gli input trasmessi. Scuole, collegi e strutture formative: queste, in definitiva, sono le impronte a tutt’oggi esistenti del passaggio ad Esmeraldas dei frati e delle ancelle della salvezza.

Tuttavia, se ai giorni nostri il “Colegio de la Inmaculada”3, appare ben fermo e stabile sulle gambe con cui si sollevò e poi inizio a camminare nel 1926 (le gambe dell’interrotto feeling con le sue fondatrici, giunte alla quarta generazione, quella ispirata, a partire dall’anno accademico 2006, dalla saggia umanità di madre Julia Elena4); la creatura plasmatavi dai comboniani, il “Colegio Sagrado Corazón”5, già da un pezzo non è più sotto la loro diretta gestione. Le sue redini, però, sono passate nelle salde mani di coloro che ne ereditarono il compito-vocazione di piantare ad Esmeraldas i pilastri con cui puntellarne un futuro più roseo6.

Le mani di laici, missionari e religiosi, per lo più “italian speak” (sorta di Re Magi post-moderni, stando almeno a come me li hanno descritti i loro alunni, mettendone in parallelo l’instancabili azione in qualità di portavoce di principi d’innovazione e positività, con la simbologia insita nelle tre figure bibliche, portatrici, tramite i loro doni, di un lieto e prezioso annuncio), sotto la cui illuminata l’egida (un misto di pubblico e privato), centinaia di giovani esmeraldegni continuano a riporre e mettere al sicuro il proprio avvenire7.

 

Ad Esmeraldas, perciò, decorsi ormai vari lustri dall’accendersi della miccia rivoluzionaria, in un presente innalzatosi sui mutamenti prodotti dai roventi scontri di un passato assai remoto, rimane un unico sistema per poter tornare indietro nel tempo e, come precipitando nello stretto budello di un incubo, riassaporare le atmosfere e le angustie di quando ancora i neo-libertadores non avevano fatto ingresso nel suo porto: introdursi, con una buona dose di sopportazione, nelle sacche della simil-vita, gonfiatesi, in una anacronistica e terrificante fissità, agli estremi antipodi del circostante fermento evolutivo.

Incamminarmi nei sobborghi di una ciudad che ancora sta imparando a crescere, in compagnia dei successori dei suoi primi cercatori dell’oro del progresso, così è stato come salire sulla macchina del tempo ed andare ad aprire quella porta nella quale qualcuno, la cui memoria è rimasta inalterata dal susseguirsi dei secoli, ha immaginato vi fosse appiccicato l’inequivocabile cartello: “per me si va…..”. In altre parole, è stato un po’ come piombare all’interno del lucido (ed in questa specifica circostanza, anche decisamente raggelante) racconto di uno dei capitoli (logicamente quello dedicato all’inferno) della Divina Commedia, un libro che, con tutto il suo carico di sofferenza, credevo potesse esistere solo nella fervida inventiva del suo inarrivabile autore e non pure nella coeva realtà.

Pampón, Potosí, Santa Marta: questi i nomi dei moderni gironi danteschi. Pampón, Potosí, Santa Marta: questi i nomi dei quartieri che cingono, in una cerchia opprimente, il purgatorio di Esmeraldas. Pampón, Potosí, Santa Marta: questi i nomi delle stanze segrete e recondite di una sotto-città rassegnata alla sua sventurata sorte (fosse solo per l’anonimato dal quale è soffocata!) e dove, chissà per quanto ancora, i relativi dannati dovranno continuarvi a scontare le loro colpe senza peccato…o, se un peccato gli si volesse proprio affibbiare, sarebbe quello di essere venuti alla luce in un luogo ed in un flash temporale nei quali il nutrimento per anima, mente e corpo scarseggia al punto tale da lasciarli sospesi in una dimensione d‘incoscienza a-esistenziale e, di conseguenza, nel non sapere o non esser predisposti a capire da quale lato guardare per arrivare, finalmente, a scorgere l’alba.

..questi i riflessi sfogati di una Esmeraldas più giovane di almeno 30 anni.

 

Reportage del febbraio 2007

 

1 Un colore bruno che risale al tempo della tratta degli schiavi, quando una nave negriera naufragò sulle spiagge settentrionali dell’Ecuador ed i cui prigionieri, dopo essersi liberati dalle catene, scappando, riuscirono a far perdere le proprie tracce con la complicità della fitta vegetazione. Con il tempo, poi, riuscirono pure a modificare il DNA della popolazione autoctona.

 

2 A quell’epoca, comunque, molto di più tinta dal verde smagliante della mangrovia, la pianta che, passando attraverso un disboscamento indolente ed irrefrenabile, ha dovuto lasciar spazio ad un altro elemento dell’ecosistema naturale: il famigerato “camarón”. Un redditizio allevamento che, però, con il trascorrere del tempo è rimasto esso stesso esposto alla vigenza della legge del contrappasso, per cui “chi di spada ferisce, di spada perisce”; cosicché, sul finire del 1900, questo prelibato mollusco è stato contaminato dal virus infestante della “mancha blanca”, con il rischio di venirne decimato.

 

3 Questo il nome dell’istituto superiore fondato, nel 1926, dalle sorelle belghe per aiutare i fratelli esmeraldegni a maturare la giusta consapevolezza nelle proprie potenzialità ed inaugurarne la rinnovata mentalità, vale a dire quella pietra angolare su cui edificare il domani, e che solo ed esclusivamente una adeguata istruzione può mettere in cantiere.

 

4 Come non definire “ispirazione” un devoto amore per i giovani e per il loro entusiasmo? Una passione che, a madre Julia Elena, fa persino interrompere il suo impellente lavoro, pur di fermarsi ad osservare, avvolta da un alone di ammirazione, le gesta di alcuni studenti alle prese con la rappresentazione di fine anno? Inoltre, come non definire “saggia” colei che riesce ad infondere il suo innato e genuino fervore (un fervore che colloca i poveri nel medesimo gradino dei ricchi) in azioni concrete, vere e proprie catapulte di un rinsaldato rapporto di collaborazione tra studenti e dirigenza?

 

5 Un complesso scolastico che è avanzato con proporzioni matematiche di valore multiplo, rispetto a quelli che ne erano i numeri alla data della sua nascita. Numeri triplicati sia per quanto attiene la mera estensione spaziale, che l’accluso pacchetto di servizi prestati. In effetti, nuovi di zecca sono la cucina e l’antistante comedor (un mix tra sala banchetti e mensa, ennesima scintilla sprigionatasi dall’unione di forza e talento locale, con intuito ed esperienza italiani, ovvero Salomé+Renato) ed il coliseum, una palestra da oltre 2.000 posti.

 

6 Tanto per indulgere in una metafora pseudo-romantica, un futuro dello stesso rosa pastello del tramonto in cui, una domenica sera, quella domenica __ novembre in cui si è celebrata l’attesa svolta politica, dal promontorio di Santa Cruz ho visto scomparire la città ed il suo fiume, ingoiati dal blu della notte.

 

7 Un avvenire che inizia in classe, sfogliando libri di scuola finalmente non dozzinali e massificanti, e prosegue poi con gli attrezzi del mestiere, esprimendo in linguaggio pragmatico quanto si è appreso in teoria. Un connubio tra mere spiegazioni didattiche ed empirismo che avvicina gli studenti del Sagrato Corazón all’universo occupazionale, ed a cui, la molla attivata da un arguto insegnate italiano, ha fatto compiere un ulteriore e significativo balzo in avanti. Tanto che, alcuni esperimenti pilota, quali il taller tipografico (che molto presto verrà affiancato dagli altri laboratori in corso di allestimento: falegnameria, officina, carpenteria etc.), si sono tramutati in autentiche micro-imprese, del tutto indipendenti dall’apparato scolastico e potenzialmente in grado di assorbirne l’offerta lavorativa.

Santo Domingo de los Colorados: là dove un manipolo di suore ha sconfitto la guerra (……oppure là dove la guerra non ha attecchito)

di Tania Belli

1941, 1981, 1995; quanti morti ha fatto il conflitto bellico che ha messo l’una contro l’altra due nazioni: il Perù e l’Ecuador?

Pur giuste, motivate o necessarie che dir si voglia, le guerre, nell’istante stesso in cui vanno a causare anche una sola vittima innocente, finiscono per perdere tutto il valore intrinseco ed ideale che gli si attribuisce.

Quindi, dalla conta dei feriti e dei cadaveri fatti dai proiettili che ecuadoriani e peruviani si sono sparati nell’arco di quasi un cinquantennio, pur di aggiudicarsi qualche zolla di terra in più del relativo confine geografico, la loro, alla luce del buon senso, è stata una contesa senza vincitori o vinti, finendo per rivelarsi una sconfitta di principio (in specie per quello tra i due contendenti che se ne è visto assegnare qualche chilometro quadrato in meno rispetto alle previsioni iniziali….in poche parole l’Ecuador).

Tutto ciò lo hanno ben compreso, non semplicemente i due capi di Stato i quali, nel 1998 e per una volta tanto, invece di gettare fumo negli occhi e confondere con velleitarie e futili recriminazioni territoriali l’opinione pubblica, si sono risolti a chiudere definitivamente l’annosa disputa, blindandola nella perentorietà di un trattato di pace. Quanto, soprattutto, ne hanno preso coscienza, decidendosi a dimostrarlo pure nella pratica, quelle tenaci donnine che, già in tempi non sospetti e nel cuore fisico del martoriato corpo dell’Ecuador, hanno fatto dell’aiuto al prossimo la loro logica di vita.

Una logica potenzialmente capace di bucare e poi oltrepassare, infrangendola, ogni barriera, penetrando sino al nocciolo del problema: una infanzia violentata e disorientata, composta da nugoli di creature, poco più che bambini o poco meno che adolescenti, che quotidianamente sopportano i soprusi di una società contaminata dall’indolenza e l’ignoranza.

Quella società che, pur donandogli la vita e facendola battere forte nei loro fragili cuori, in quegli stessi ventricoli con i sogni e l’ossigeno, ha irrorato pure copiosa sofferenza, infiggendovi le aguzze spine del maltrattamento e della solitudine.

Fortunatamente per loro, però, un giorno apparentemente come tanti altri, insieme ai venti di guerra, per le vie di Santo Domingo de los Colorados ha iniziato a soffiare una brezza rigenerante, fatta del conforto e del sollievo che proprio quelle donnine recavano nel loro bagaglio preparato on tanta devozione in Perù, per essere scaricato oltre frontiera. Per essere scaricato in uno Stato “nemico”, l’Ecuador, nel quale, tuttavia, molta, moltissima gente aveva ben altri grattacapi per la testa che lambiccarsi il cervello con il pensiero di darsi battaglia e conquistare qualche lembo di terra in più. Per giunta, di una terra necessaria soltanto a supportare una inconcludente ragione di Stato. Quell’ orgoglio campanilistico, o più appropriatamente quell’interesse politico a distrarre menti sconvolte da problemi assai più concreti ed impellenti, che non ha intaccato di una virgola la determinazione di madre Ani, piuttosto che di madre Victoria o, ancor prima, di madre Elena (lei, però, di nascita e pedigree italiano). Insomma, di tutte le altre sorelle della congregazione monacale “delle ministre della carità” che hanno deciso di ormeggiare la loro solidarietà a Santo Domingo de los Colorados per aprirvi la casa Hogar de Jesús. L’istituto per bambini maltrattati o che versano in condizioni di disagio, che ha fatto dell’accoglienza, la carità e l’assistenza il suo fermo diktat, dando nuova linfa a rami secchi di una società appassita.

Nella casa Hogar de Jesús, quindi, l’obiettivo del recupero dei piccoli derelitti di una società inclemente, si è tramutato nell’ulteriore e più pragmatico comandamento di un credo religioso radicato sull’amore e la condivisione. E la visibile e comprovata crescita in salute fisica e morale di tali fragili arbusti, con gli ingenui tratti da fanciullo, è la maggiore e più significativa conquista della loro giornaliera lotta nell’arena dell’indigenza. Una conquista che vale decisamente di più di qualsiasi pur consistente ingrandimento territoriale.

Ritorno a Salinas

di Tania Belli

Ritrovarsi sull’assolata “plaza Roja” di Guaranda per attendere un pullman che nessuno riesce mai a spiegarti dove transiti con esattezza.

Finalmente scorgere, tra teste e bancarelle, il muso largo e scintillante (fosse solo per la decorazione di luci e lustrini) di “Candido”, non un cane o un peluche, bensì l’approssimativo e scricchiolante bus con cui ascendere fino all’agognato rifugio di padre Antonio Polo: Salinas de Bolívar.

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Rimanere con il fiato sospeso per tutto il tragitto, sino a svoltare la curva a gomito dietro cui, di nuovo e con immensa emozione, vedere spalancarsi davanti ai miei occhi ansiosi la magia, verde e verace, del pueblo di Salinas. Un minuscolo paese di appena 1.500 anime, rannicchiato tra le granitiche vette delle Ande, sotto un imponente frontone di roccia che, dal suo piedistallo di circa 4.000 metri di altezza, svetta sulla quiete dei suoi abitanti. Ma anche quel minuscolo centro abitato che, con la sua intraprendenza, la sua spontaneità, il suo fresco e coinvolgente sorriso, l’anno prima era riuscito a farmi innamorare, tanto da spingermi ancora a visitarlo trascorsi ormai 365 giorni dal nostro primo incontro. Un incontro con cui ci eravamo conosciuti e, in qualche modo, avevamo deciso di unire le forze per poter tentare di far avanzare ulteriormente la parabola evolutiva di una comunità, quella di Salinas, che, partita dal grigio e la disperazione di una miseria diffusa, con sacrificio e determinazione è riuscita ad assurgere a modello di sviluppo per un intero Stato, l’Ecuador, ancora impantanato nella povertà (il 60% della sua popolazione, infatti, vive con meno di 2 dollari al giorno).

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Tuttavia, volendo entrare nel dettaglio: quale era stata, in quell’indimenticabile ottobre 2005, l’idea che aveva illuminato la mente di padre Antonio, convincendomi a sostenere il suo ennesimo progetto per rafforzare il futuro di Salinas? Quali i cambiamenti che io, dal momento in cui avevo varcato la simbolica “puerta abierta” del convento salesiano, ho poi sperimentato essere avvenuti in quegli stessi e spesse volte vagheggiati luoghi?

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Creazione di una riserva naturale e protetta, è la risposta alla prima domanda; ovvero l’impegno, da parte mia, a reperire in Italia (soprattutto tramite la vendita del mio libro….ma non solo!) i fondi necessari per acquistare quegli ettari di bosco nativo che, venendo sottratti alla mano dei loro distruttori, avrebbero costituito il nucleo iniziale di una nascente oasi ambientale, indispensabile sia per tutelare il territorio, che per offrirlo quale pregiato alimento alla voglia di sapere di turisti e curiosi (magari facendo invaghire anche loro!!), ivi compresi gli abitanti del posto, i quali ogni giorno di più si allontanano dall’ancestrale e privilegiato rapporto che da sempre intrattengono con “madre terra”.

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La risposta al secondo interrogativo, invece, è assai più articolata, poiché, non smentendo il peculiare dinamismo che lo contraddistingue, il padrecito, con la collaborazione della sua gente, ha fatto compiere notevoli ed importanti passi in avanti alla parrocchia di Salinas. Pertanto, rimettendovi piede nel dicembre del 2006, molte cose in più ed estremamente utili vi ho rinvenuto, vale a dire: il segnale sul mio cellulare (che qui era letteralmente morto l’anno prima!); una strada nuova di zecca, in sostituzione di quella tutta buche e polvere del passato; una radio pronta a diffondere nell’etere i prodigi di Salinas; il consolidamento, accompagnato da lievi incrementi, degli scambi commerciali delle sue oltre 30 micro-imprese (tutte dal profilo ecologico e solidale); un lusinghiero via-vai di visitatori, suffragato da una offerta recettiva potenziata e migliorata; una rete di volontari più efficiente ed attrezzata; un marcato rientro di studenti ed emigrati fuori sede e……..sopra ad ogni cosa, la ritemprata e sempre più traboccante voglia di padre Antonio Polo di fare, fare, fare, fare ed ancora fare per assicurare un domani promettente ai suoi cari parrocchiani.

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