Chi è causa del suo male…

Chi è causa del suo male, pianga se stesso. In tale maniera spesso mi sono sentita rimproverare per le mie malefatte adolescenziali (e non solo per quelle).

Come non dare ragione ai giudici del mio tribunale di errori? Come non trovarsi d’accordo con chi, ancor prima di loro, ha urlato al mondo la verità delle sue colpe, coniando una frase che oggi è divenuta qualcosa di più di un luogo comune, tanto che, inevitabilmente, finisce per sfiorare le labbra di ciascuno di noi?

Infatti, alzi la mano colui che, tra voi lettori, non ha pronunciato almeno una volta questa massima, messo alle strette da un alterco familiare, una discussione con un amico, oppure, perché no, da un proprio errore. Immagino che nessuno, o quasi, nella immensa platea degli abitanti di questa società, e che ora mi figuro seduti davanti al teleschermo globale, abbia le carte in regola per sollevare il braccio e dire il suo: “no, io non mi sono mai fatto portavoce di questa celebre massima”. Pertanto può farlo la sottoscritta?! Colei che, nel pieno di un mercato (Mercato=termine marcatamente edulcorato per rappresentare una strada polverosa, fiancheggiata da precarie tettoie in legno, stracolme di cibarie e scadenti articoli di vestiario, naturalmente il tutto spolverato di terra e gas di scarico) di periferia, la periferia di una città camaleontica (per inciso: Guayaquil), una delle poche che in una solo manciata di minuti e pochi chilometri ti fa piombare dallo sfarzoso scintillio di un centro tirato a lucido, alla miseria più nera (e sottolineo il termine miseria, in quanto condizione esistenziale ancora più subdola e desolante della povertà), ha avuto la sfrontataggine di circolare con una foto-camera ben nascosta nel palmo della mano destra (mentre la sinistra simulava indifferenza). Io che, per la irrefrenabile voglia di catturare il lato disperato e squallido di una moneta che, dalla galoppante inflazione del sucre (valuta ufficiale dell’Ecuador fino al 2001), è passata alla affettata e contraddittoria stabilità del dollaro (attuale divisa ecuadoriana), senza curarmi del palese pericolo che mi circondava, e, mancanza ancor più grave, senza la minima compagnia a coprirmi le spalle, in un sabato mattina qualunque, mi sono avventurata tra la folla della “AVENIDA” principale del Flor del Bastión, uno dei tanti figli sfortunati di una metropoli cresciuta a colpi di invasioni selvagge ed a dispetto delle normali regole di convivenza civile, per respirarne la stessa puzza, masticarne gli stessi acari e palparne la stessa angoscia. Insomma per introdurmi in uno dei più tristi alveari di una ciudad metropolitana di oltre 3 milioni di abitanti (per non dire 4 milioni e non considerare l’altro milione di inquilini “abusivi”, che vi risiedono in forma “non ufficiale”), presa d’assalto da uno sciame di api scarne, malandate ed affamate, attirate da un miele condito da pura illusione e poi ridottesi a vivere come relitti (ovvero in distese spropositate di palafitte, spuntate come funghi sul prato dell’emigrazione e come funghi prive di acqua corrente, fogne, elettricità e privacy), sommersi da immondizia, disagio e, con l’arrivo della stagione delle piogge, pure dall’acqua che il cielo gli manda e che va a gonfiare paurosamente l’estuario del rio Guaya, suo eterno vicino (acqua che, però, fa sentire terribilmente la sua assenza quando si girano le manopole dei rubinetti, come d’altro canto le altre infrastrutture di base, quali strade, scuole etc.).

Che sciocca sono stata!!

Anche un lattante avrebbe fiutato l’imminente pericolo e, seppur a due passi dalla dirimpettaia Iglesias (dove i miei amici missionari erano impegnati in una riunione pianificatoria delle loro attività pastorali), si sarebbe guardato bene dall’esporsi a fare foto e a passeggiare disinvoltamente con una macchina fotografica in collo.

Dunque, vi lascio indovinare il seguito della storia…….in verità non difficile da cogliere, data la sua evocativa premessa.

Comunque, a cose fatte e danno ormai subito (danno non tanto venale, per il valore monetario della macchina fotografica, quanto materiale, per la perdita di tutto il lavoro realizzato sin a quel momento con l’intento di carpire le stridenti ambiguità di Guayaquil!), pur faticando a mantenere la calma e non far sfiorire il sorriso, mi sono soffermata a riflettere sull’accaduto, per cercare di comprenderlo o, quanto meno, di dargli una interpretazione plausibile. Tra i molti pensieri che allora mi hanno sfiorato la mente, soprattutto uno, apparso sotto forma di domanda, più degli altri vi si presentava con insistenza, interferendo all’inverosimile sulla mia elettricità cerebrale, e premendo tenacemente sui relativi circuiti emozionali.

 

 

 

 

Cosicché, se pungente si mostrava il mio senso di responsabilità rispetto allo scippo appena occorso (che, debbo ammetter, è stato compiuto in maniera eccelsa e senza colpo ferire…nulla a che vedere con gli assalti feroci e sanguinari che ogni giorno seminano morte sulle strade di Guayaquil!), la cui dinamica lasciava irrisori spiragli di dubbio sulla concreta individuazione della causa scatenante, per converso, più di una perplessità rimaneva in piedi, o meglio sospesa a mezz’aria, nel voler afferrare il nesso che si era frapposto tra la mia macchina fotografica ed il suo abile scippatore. Chi o cosa aveva dato corda all’istinto criminale del ragazzo che, con destrezza, ma signorilità, si era avventato contro il mio terzo occhio, strappandomelo dalle mani al primo assalto? Quale la molla che ha tramutato un minorenne potenzialmente inoffensivo (ma che l’indigenza aveva già reso uomo maturo ed implacabile), secco come un chiodo, però agile come una pantera (tanto da dissolversi in un baleno dinanzi alla mia vista…benché miope), in un ladro provetto, predisponendolo (di certo non di buon grado!!) ad affrontare un rischio imprevedibile in quanto ad esito finale, e quasi inutile, considerando che, nella più rosea delle ipotesi, l’azione criminale gli avrebbe fruttato un bottino pari ad 1/10 del prezzo di mercato dell’oggetto sottratto? Per farla ancora più breve: dove ricercare la causa del suo malessere esistenziale, di quel disagio talmente angoscioso ed acuto da intossicargli l’anima e snaturare la sua indole benevola, sino a suggerirgli di “peccare”, per giunta in violazione della legge ed a spese altrui?

In sintesi, se la fonte del mio male ero stata io stessa, da quale sorgente era sgorgato il veleno che ha accecato la morale del mio borseggiatore galantuomo, tutto acqua e sapone (béh, proprio acqua e sapone non direi…..infatti, esclusa la minore età, altri indizi di ingenuità e “pulizia” etica non erano rinvenibili….e poi il luogo lasciava molto a desiderare in quanto a pulizia!!)?

Premesso che, a somme tirate, e sulla base di una valutazione spiccatamente empirica (non dunque monetaria!!), posso riconoscere che mi sia andata bene (come affermare il contrario alla luce dei resoconti stilati quotidianamente dai giornali, pieni zeppi di notizie su accoltellamenti, sparatorie ed uccisioni, anche per molto meno di una fotocamera….ad esempio un paio di scarpe firmate!?). Premesso anche l’alone di indicibile impotenza, misto ad un profondo senso amarezza, che mi ha avvolto nell’immediatezza dell’evento, e dovuto principalmente a riconoscere l’ingenuità con cui mi ero fatta beffare (almeno potevo avere l’accortezza di togliere la scheda con tutte le foto racimolate a fatica prima di farmele soffiare da sotto il naso…di sicuro non meno di 200!), ma anche al sentirmi improvvisamente denudata delle consolidate sicurezze, esposta ad una pioggia battente di inquietudine, e con i miei guai a fungere da tiro assegno per sguardi estranei e sconosciuti, nient’affatto sorpresi, anzi divertiti di fronte alla solita scena della sprovveduta di turno andata a cozzare contro il muro del male di sopravvivere. Premesso, infine (e per non annoiarvi ulteriormente!), che la mia prima ed istintiva reazione è stata, ahimè, quella di lanciare dietro il mio “aguzzino” qualche imprecazione di troppo, sfuggitami involontariamente tra i denti (mentre l’idea di un inseguimento vero e proprio giù per la sconnessa discesa imboccata dal fuggitivo, è naufragata già sul nascere, pesando assai di più la correlata incognita di cadere dritta-dritta nella tana del leone, riuscendone a brandelli e con le ossa malridotte!) e che fortunatamente nessuno dei presenti ha potuto raccogliere…tanto meno le due pattuglie della polizia che, trascorso qualche secondo, una per mera casualità, l’altra perché chiamata da me, sono transitate giusto sul teatro del crimine (….e pensare che solo un minuto prima ben altre due autovetture stracolme di militari avevano fatto visita all’antistante chiesa!!).

Ebbene, dando per assodate tali premesse e tracannato per forza di cose il boccone di fiele di fotografie e relativa foto-camera volate via per planare in un nido di indigenza, il mio più incipiente desiderio, una sorta di impeto socio-umanitario (e forse…anzi certamente la risposta più efficace all’interrogativo nesso-causale del fattaccio capitatomi), è stato quello di socchiudere gli occhi e immaginare il nostro villaggio globale tramutatosi in un pallone di cuoio (magari un pallone simile a quello utilizzato per la finale dei mondiali di calcio 2006!), affinché potessi rifilargli un sonoro calcio, tale da tirarlo lontano dalla mia portata e, se possibile, oltre il paludoso stadio in cui a tutt’oggi è costretto a giocare (rotolare….per esser più precisi!!).

Non sono forse le regole imposte all’interno di questa rigida e stringente recinzione che hanno fatto cadere in fuori gioco il “mio ladro”? Non è forse la inarrestabile ed onnipotente monetizzazione che ha invaso il pianeta e cancellato quasi ogni reminiscenza di umanità, costringendo molti con le toppe nel sedere, la causa dei suoi mali?