Il vuoto intorno: i “barrios marginales” di Guayaquil

Testo e foto di Tania Belli 

            Ho conosciuto i senza vita.
            Li ho conosciuti calpestando i rottami delle loro vite a pezzi, sbriciolate, come macerie di uno sviluppo sismico, tra le carcasse di un fac-simile di esistenza.
Li ho conosciuti masticando la loro stessa polvere, razione quotidiana di una stagione parca d’acqua, ma generosa di asfissiante calura (nella stagione delle piogge, poi, le parti s’invertono, costringendo a masticare fango ed inalare il lezzo di una umidità incontenibile!).Li ho conosciuti masticando la loro stessa polvere, razione quotidiana di una stagione parca d’acqua, ma generosa di asfissiante calura (nella stagione delle piogge, poi, le parti s’invertono, costringendo a masticare fango ed inalare il lezzo di una umidità incontenibile!).

 

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Li ho conosciuti entrando nel putrido caos delle loro abitazioni, piegate inesorabilmente sul fianco, come balene incagliatesi nella battigia, dopo aver inutilmente guerreggiato con le onde del tempo. Li ho conosciuti mimetizzandomi tra i variopinti cumuli di rifiuti da cui è decorato il greto del loro fiume, unica logica urbanistica dell’ennesima invasione pseudo-edilizia che si è arroccata, in un batter di ciglia, sulle costole osteoporotiche di una città istrionica: Guayaquil. Li ho conosciuti, cioè, nell’imitare quanto molti di essi fanno, per causa di forza maggiore, con quell’ammasso di immondizia che ne affolla la quotidianità, ma per il quale, i più sagaci di essi, ringraziano “Dios que nos ha dado el mejor material para vivir”. Per fortuna, comunque, Dio ha anche donato loro corpi coriacei, ai quali, se qualcosa manca, non è certo quella corazza di anticorpi che consente il lusso di coabitare, addirittura servendosene, con gli scarti di una società cieca o accecata.Li ho conosciuti seguendoli nel regno del poco o nulla, e del farsi bastare quanto si possiede. Un regno in cui, per un accorto ed assennato gioco di prestigio, un platano (o, come lo chiamano sulla costa, il verde)[1], può tramutarsi, con un briciolo d’inventiva, in carne, pesce o pane[2] e la parola caramella, come del resto tutto le altre parole che raffigurano lessicalmente ciò che tra gli stenti appare superfluo, è bandita (…spesso, tuttavia, non lo sono televisori o impianti stereo di ultima generazione: forse perché gli unici simboli raggiungibili di un sogno di vita degna e dignitosa….malgrado, tutt’intorno, squallore e carestia continuino a prosperare!).

 

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Li ho conosciuti scoprendoli tra la muffa del loro dimenticato dimenticatoio: un ammasso geometrico di scatole in legno a forma di casa, accovacciato, come una animale in gabbia, sotto la rumorosa gobba di una delle protuberanze della Perimetral: la più trafficata arteria viaria di Guayaquil.Li ho conosciuti incontrandoli tra i fuochi incrociati di una delinquenza galoppante e servizi pubblici carenti, due flagelli a cui solo di recente si è tentato di metter mano, dando una parvenza di decoro ad un quartiere indecoroso, specchio delle vergognose negligenze dei politici del passato[3].  Li ho conosciuti affacciandomi a guardare dentro le loro molte ferite ancora sanguinanti e che, avendo impattato contro un sistema sanitario che s’arresta dinanzi alla povertà, solo la vocazione filantropica di volontari con l’elmetto della fede o di una sensibilità marcatamente altruistica, può suturare, pur facendo salti mortali degni del più audace degli acrobati.Li ho conosciuti avvicinandoli nella loro scadente e scaduta routine esistenziale, quell’andamento, fatto più di bassi che di alti, da cui sono scandite le loro ore; grappoli di minuti dal sapore infinito che chiunque, col seno di poi, sarebbe invogliato a gettar lontano dal suo presente e, ancor più, dal futuro, ma che essi, per converso, conservano gelosamente, non avendo nient’altro con cui farcire una vita per la quale l’oggi non varia di una virgola rispetto allo ieri ed il domani idem.  Ma, soprattutto, li ho riconosciuti negli occhi languidi e spauriti da un disorientamento disarmato e disarmante, dei bambini accuditi dalla guarderia[4] di Bachi, demiurgo, nonché albero maestro di una scialuppa di salvataggio (alias la Fundación San Luis Gonzaga–Maria de Nazaret), in navigazione nel pieno di un uragano socio-esistenziale. Una sorta di officina, arrampicata su di una palafitta di problemi, dove vengono riparati e successivamente oliati gli ingranaggi di una infanzia asfittica, incapace finanche di compiere il suo gesto più naturale: giocare.

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Poiché è un’infanzia orfana del piacere dello svago e della spensieratezza…d’altronde cosa aspettarsi da bimbi che trascorrono il loro tempo quasi esclusivamente ai margini della strada, assistendo a spettacoli di violenza e disperazione, già abbondanti all’interno del focolare domestico (un focolare fioco, per non dire del tutto spento!), se non venir menomati della spensieratezza e perder il gusto per il divertimento? Un’infanzia, per giunta, orfana pure dell’affetto della famiglia, i cui cardini portanti, madri e padri di progenie abbandonata a se stesse, di frequente sono colpiti dal batterio dell’emigrazione, che prolifera in Ecuador, dove, la vana ricerca di una fonte di reddito, induce ad estendere la dura esplorazione oltre frontiera (….cosicché quelle creaturine per sfamare le quali si è fatta la tormentata scelta di volare all’estero, rimangono impantanate ed indifese nel bel mezzo del guado della crescita, nell’ipotesi migliore seguiti da nonni anziani o parenti distratti!). Migrazione, un germe maligno ed infestante che spesso si combina con l’altro, ancor più insidioso, denominato “mal d’anima”, una trascuratezza generata dall’inconsapevole ed accidentale ignoranza, che può giungere sino a rasentare l’immoralità[5]. 


[1] Per noi italiani la banana, un frutto che in Ecuador, la cui terra ne è esageratamente ricca in specie e qualità (talmente ricca da farlo assurgere a primo esportatore sul mercato internazionale), viene anche consumato come verdura, cucinandolo nelle più svariate salse, tutte ugualmente appetitose…credetemi sulla fiducia!

[2] Come, investendo proprio sulla sua immaginazione, è riuscita a fare quella madre che, a corto di provviste alimentari, ha pensato bene di trasformare, per la vista ed il palato dei figli, il solo cibo che possedeva, le umili ma caloriche banane, in ogni sorta di pietanza, pur rimanendo delle mere ed umili banane. Una illusione ottico-gastronomica con la quale, nell’arco di un’intera settimana, ha potuto saziare fame e gola di bambini in piena crescita e con l’acquolina perennemente in bocca.

[3] Merito di un alcalde illuminato, lo stesso che, nel 2000, ha posto la prima pietra del “Malecón” (lo scintillante e modernissimo lungomare, o meglio lungofiume della Guayaquil opulenta ed affarista), per inaugurarlo già un anno dopo. Un sindaco che, tamponando l’annosa emorragia della corruzione, ha finalmente agito in modo da convogliare i soldi pubblici verso la corretta direzione: la realizzazione di opere pubbliche, migliorando l’aspetto di una città doubleface. Una ciudad nella quale, cioè, allontanarsi dal centro metropolitano equivale a tuffarsi nelle viscere della miseria.   

[4] Asilo nido.

[5] Contattateci per sostenere la Fundación San Luis Gonzaga–Maria de Nazaret o avere maggiori notizie.

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