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III viaggio in Ecuador

INTRODUZIONE
Queste le foto scattate e raccolte per tornarvi a raccontare una avventura a metà strada tra il sogno e la condivisione di valori pregnanti ed immarcescibili. Principi impastati con i sapori della solidarietà, la forte attrazione per una terra che sprigiona energia vitale da ogni sasso o cespuglio d’erba ed il profondo affetto per il popolo, genuino e verace, che la abita. In breve, le istantanee del mio terzo viaggio alla scoperta di un Ecuador nascosto, però tutto da scoprire, poiché prezioso ed ambivalente come un diamante; ma anche il terzo viaggio per portare sino in America Latina (l’America Latina appesa sul filo dell’equatore, tra giganti verdi, mare d’incanto e intrigate selve da mille ed una notte), i generosi doni che servono per alimentarvi i nostri progetti benefici: l’adozione di boschi nativi nella parrocchia rurale di Salinas (provincia di Guaranda), con l’obiettivo di ritagliarvi oasi naturali e parchi didattici a servizio delle scuole; il finanziamento di libri per l’istruzione scolastica e per la divulgazione di pensieri, vissuti ed emozioni di ragazzi d’oltreoceano (collegio di Salinas e scuole del relativo comprensorio); il sostegno, mediante adozioni a distanza, di due istituti che accolgono bambini abbandonati o in difficoltà, per l’esattezza l’Hogar (casa di lunga permanenza e ricovero) de Jesús, di Santo Domingo (provincia di Santo Domingo de los Tsáchilas) e la Guardería (asilo nido) San Luis Gonzaga-Santa María de Nazaret, di Guayaquil (provincia di Guayas).

 

Muchas gracias e “non girate mai lo sguardo per allontanare il dolore, piuttosto combattetelo, anche fissandolo negli occhi”

Chi è causa del suo male…

 

Tania Belli

Santo Domingo de los Colorados: là dove un manipolo di suore ha sconfitto la guerra (……oppure là dove la guerra non ha attecchito)

di Tania Belli

1941, 1981, 1995; quanti morti ha fatto il conflitto bellico che ha messo l’una contro l’altra due nazioni: il Perù e l’Ecuador?

Pur giuste, motivate o necessarie che dir si voglia, le guerre, nell’istante stesso in cui vanno a causare anche una sola vittima innocente, finiscono per perdere tutto il valore intrinseco ed ideale che gli si attribuisce.

Quindi, dalla conta dei feriti e dei cadaveri fatti dai proiettili che ecuadoriani e peruviani si sono sparati nell’arco di quasi un cinquantennio, pur di aggiudicarsi qualche zolla di terra in più del relativo confine geografico, la loro, alla luce del buon senso, è stata una contesa senza vincitori o vinti, finendo per rivelarsi una sconfitta di principio (in specie per quello tra i due contendenti che se ne è visto assegnare qualche chilometro quadrato in meno rispetto alle previsioni iniziali….in poche parole l’Ecuador).

Tutto ciò lo hanno ben compreso, non semplicemente i due capi di Stato i quali, nel 1998 e per una volta tanto, invece di gettare fumo negli occhi e confondere con velleitarie e futili recriminazioni territoriali l’opinione pubblica, si sono risolti a chiudere definitivamente l’annosa disputa, blindandola nella perentorietà di un trattato di pace. Quanto, soprattutto, ne hanno preso coscienza, decidendosi a dimostrarlo pure nella pratica, quelle tenaci donnine che, già in tempi non sospetti e nel cuore fisico del martoriato corpo dell’Ecuador, hanno fatto dell’aiuto al prossimo la loro logica di vita.

Una logica potenzialmente capace di bucare e poi oltrepassare, infrangendola, ogni barriera, penetrando sino al nocciolo del problema: una infanzia violentata e disorientata, composta da nugoli di creature, poco più che bambini o poco meno che adolescenti, che quotidianamente sopportano i soprusi di una società contaminata dall’indolenza e l’ignoranza.

Quella società che, pur donandogli la vita e facendola battere forte nei loro fragili cuori, in quegli stessi ventricoli con i sogni e l’ossigeno, ha irrorato pure copiosa sofferenza, infiggendovi le aguzze spine del maltrattamento e della solitudine.

Fortunatamente per loro, però, un giorno apparentemente come tanti altri, insieme ai venti di guerra, per le vie di Santo Domingo de los Colorados ha iniziato a soffiare una brezza rigenerante, fatta del conforto e del sollievo che proprio quelle donnine recavano nel loro bagaglio preparato on tanta devozione in Perù, per essere scaricato oltre frontiera. Per essere scaricato in uno Stato “nemico”, l’Ecuador, nel quale, tuttavia, molta, moltissima gente aveva ben altri grattacapi per la testa che lambiccarsi il cervello con il pensiero di darsi battaglia e conquistare qualche lembo di terra in più. Per giunta, di una terra necessaria soltanto a supportare una inconcludente ragione di Stato. Quell’ orgoglio campanilistico, o più appropriatamente quell’interesse politico a distrarre menti sconvolte da problemi assai più concreti ed impellenti, che non ha intaccato di una virgola la determinazione di madre Ani, piuttosto che di madre Victoria o, ancor prima, di madre Elena (lei, però, di nascita e pedigree italiano). Insomma, di tutte le altre sorelle della congregazione monacale “delle ministre della carità” che hanno deciso di ormeggiare la loro solidarietà a Santo Domingo de los Colorados per aprirvi la casa Hogar de Jesús. L’istituto per bambini maltrattati o che versano in condizioni di disagio, che ha fatto dell’accoglienza, la carità e l’assistenza il suo fermo diktat, dando nuova linfa a rami secchi di una società appassita.

Nella casa Hogar de Jesús, quindi, l’obiettivo del recupero dei piccoli derelitti di una società inclemente, si è tramutato nell’ulteriore e più pragmatico comandamento di un credo religioso radicato sull’amore e la condivisione. E la visibile e comprovata crescita in salute fisica e morale di tali fragili arbusti, con gli ingenui tratti da fanciullo, è la maggiore e più significativa conquista della loro giornaliera lotta nell’arena dell’indigenza. Una conquista che vale decisamente di più di qualsiasi pur consistente ingrandimento territoriale.

Ritorno a Salinas

di Tania Belli

Ritrovarsi sull’assolata “plaza Roja” di Guaranda per attendere un pullman che nessuno riesce mai a spiegarti dove transiti con esattezza.

Finalmente scorgere, tra teste e bancarelle, il muso largo e scintillante (fosse solo per la decorazione di luci e lustrini) di “Candido”, non un cane o un peluche, bensì l’approssimativo e scricchiolante bus con cui ascendere fino all’agognato rifugio di padre Antonio Polo: Salinas de Bolívar.

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Rimanere con il fiato sospeso per tutto il tragitto, sino a svoltare la curva a gomito dietro cui, di nuovo e con immensa emozione, vedere spalancarsi davanti ai miei occhi ansiosi la magia, verde e verace, del pueblo di Salinas. Un minuscolo paese di appena 1.500 anime, rannicchiato tra le granitiche vette delle Ande, sotto un imponente frontone di roccia che, dal suo piedistallo di circa 4.000 metri di altezza, svetta sulla quiete dei suoi abitanti. Ma anche quel minuscolo centro abitato che, con la sua intraprendenza, la sua spontaneità, il suo fresco e coinvolgente sorriso, l’anno prima era riuscito a farmi innamorare, tanto da spingermi ancora a visitarlo trascorsi ormai 365 giorni dal nostro primo incontro. Un incontro con cui ci eravamo conosciuti e, in qualche modo, avevamo deciso di unire le forze per poter tentare di far avanzare ulteriormente la parabola evolutiva di una comunità, quella di Salinas, che, partita dal grigio e la disperazione di una miseria diffusa, con sacrificio e determinazione è riuscita ad assurgere a modello di sviluppo per un intero Stato, l’Ecuador, ancora impantanato nella povertà (il 60% della sua popolazione, infatti, vive con meno di 2 dollari al giorno).

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Tuttavia, volendo entrare nel dettaglio: quale era stata, in quell’indimenticabile ottobre 2005, l’idea che aveva illuminato la mente di padre Antonio, convincendomi a sostenere il suo ennesimo progetto per rafforzare il futuro di Salinas? Quali i cambiamenti che io, dal momento in cui avevo varcato la simbolica “puerta abierta” del convento salesiano, ho poi sperimentato essere avvenuti in quegli stessi e spesse volte vagheggiati luoghi?

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Creazione di una riserva naturale e protetta, è la risposta alla prima domanda; ovvero l’impegno, da parte mia, a reperire in Italia (soprattutto tramite la vendita del mio libro….ma non solo!) i fondi necessari per acquistare quegli ettari di bosco nativo che, venendo sottratti alla mano dei loro distruttori, avrebbero costituito il nucleo iniziale di una nascente oasi ambientale, indispensabile sia per tutelare il territorio, che per offrirlo quale pregiato alimento alla voglia di sapere di turisti e curiosi (magari facendo invaghire anche loro!!), ivi compresi gli abitanti del posto, i quali ogni giorno di più si allontanano dall’ancestrale e privilegiato rapporto che da sempre intrattengono con “madre terra”.

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La risposta al secondo interrogativo, invece, è assai più articolata, poiché, non smentendo il peculiare dinamismo che lo contraddistingue, il padrecito, con la collaborazione della sua gente, ha fatto compiere notevoli ed importanti passi in avanti alla parrocchia di Salinas. Pertanto, rimettendovi piede nel dicembre del 2006, molte cose in più ed estremamente utili vi ho rinvenuto, vale a dire: il segnale sul mio cellulare (che qui era letteralmente morto l’anno prima!); una strada nuova di zecca, in sostituzione di quella tutta buche e polvere del passato; una radio pronta a diffondere nell’etere i prodigi di Salinas; il consolidamento, accompagnato da lievi incrementi, degli scambi commerciali delle sue oltre 30 micro-imprese (tutte dal profilo ecologico e solidale); un lusinghiero via-vai di visitatori, suffragato da una offerta recettiva potenziata e migliorata; una rete di volontari più efficiente ed attrezzata; un marcato rientro di studenti ed emigrati fuori sede e……..sopra ad ogni cosa, la ritemprata e sempre più traboccante voglia di padre Antonio Polo di fare, fare, fare, fare ed ancora fare per assicurare un domani promettente ai suoi cari parrocchiani.

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Per maggiori info o chiarimenti o per contribuire all’iniziativa, contattateci per email o mettete commenti pubblici nel sito.

 

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