Santo Domingo de los Colorados

Santo Domingo de los Colorados: là dove un manipolo di suore ha sconfitto la guerra

(……oppure là dove la guerra non ha attecchito)

 

di Tania Belli

1941, 1981, 1995; quanti morti ha fatto il conflitto bellico che ha messo l’una contro l’altra due nazioni: il Perù e l’Ecuador?

Pur giuste, motivate o necessarie che dir si voglia, le guerre, nell’istante stesso in cui vanno a causare anche una sola vittima innocente, finiscono per perdere tutto il valore intrinseco ed ideale che gli si attribuisce.

Quindi, dalla conta dei feriti e dei cadaveri fatti dai proiettili che ecuadoriani e peruviani si sono sparati nell’arco di quasi un cinquantennio, pur di aggiudicarsi qualche zolla di terra in più del relativo confine geografico, la loro, alla luce del buon senso, è stata una contesa senza vincitori o vinti, finendo per rivelarsi una sconfitta di principio (in specie per quello tra i due contendenti che se ne è visto assegnare qualche chilometro quadrato in meno rispetto alle previsioni iniziali….in poche parole l’Ecuador).

Tutto ciò lo hanno ben compreso, non semplicemente i due capi di Stato i quali, nel 1998 e per una volta tanto, invece di gettare fumo negli occhi e confondere con velleitarie e futili recriminazioni territoriali l’opinione pubblica, si sono risolti a chiudere definitivamente l’annosa disputa, blindandola nella perentorietà di un trattato di pace. Quanto, soprattutto, ne hanno preso coscienza, decidendosi a dimostrarlo pure nella pratica, quelle tenaci donnine che, già in tempi non sospetti e nel cuore fisico del martoriato corpo dell’Ecuador, hanno fatto dell’aiuto al prossimo la loro logica di vita.

Una logica potenzialmente capace di bucare e poi oltrepassare, infrangendola, ogni barriera, penetrando sino al nocciolo del problema: una infanzia violentata e disorientata, composta da nugoli di creature, poco più che bambini o poco meno che adolescenti, che quotidianamente sopportano i soprusi di una società contaminata dall’indolenza e l’ignoranza.

Quella società che, pur donandogli la vita e facendola battere forte nei loro fragili cuori, in quegli stessi ventricoli con i sogni e l’ossigeno, ha irrorato pure copiosa sofferenza, infiggendovi le aguzze spine del maltrattamento e della solitudine.

Fortunatamente per loro, però, un giorno apparentemente come tanti altri, insieme ai venti di guerra, per le vie di Santo Domingo de los Colorados ha iniziato a soffiare una brezza rigenerante, fatta del conforto e del sollievo che proprio quelle donnine recavano nel loro bagaglio preparato on tanta devozione in Perù, per essere scaricato oltre frontiera. Per essere scaricato in uno Stato “nemico”, l’Ecuador, nel quale, tuttavia, molta, moltissima gente aveva ben altri grattacapi per la testa che lambiccarsi il cervello con il pensiero di darsi battaglia e conquistare qualche lembo di terra in più. Per giunta, di una terra necessaria soltanto a supportare una inconcludente ragione di Stato. Quell’ orgoglio campanilistico, o più appropriatamente quell’interesse politico a distrarre menti sconvolte da problemi assai più concreti ed impellenti, che non ha intaccato di una virgola la determinazione di madre Ani, piuttosto che di madre Victoria o, ancor prima, di madre Elena (lei, però, di nascita e pedigree italiano). Insomma, di tutte le altre sorelle della congregazione monacale “delle ministre della carità” che hanno deciso di ormeggiare la loro solidarietà a Santo Domingo de los Colorados per aprirvi la casa Hogar de Jesús. L’istituto per bambini maltrattati o che versano in condizioni di disagio, che ha fatto dell’accoglienza, la carità e l’assistenza il suo fermo diktat, dando nuova linfa a rami secchi di una società appassita.

Nella casa Hogar de Jesús, quindi, l’obiettivo del recupero dei piccoli derelitti di una società inclemente, si è tramutato nell’ulteriore e più pragmatico comandamento di un credo religioso radicato sull’amore e la condivisione. E la visibile e comprovata crescita in salute fisica e morale di tali fragili arbusti, con gli ingenui tratti da fanciullo, è la maggiore e più significativa conquista della loro giornaliera lotta nell’arena dell’indigenza. Una conquista che vale decisamente di più di qualsiasi pur consistente ingrandimento territoriale.