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04 agosto 2010

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Speciale Elezioni in Ecuador


articolo e foto a cura di Tania Belli

16 ottobre 2006



Bivio, giro di boa, punto di svolta, fase cruciale per lo sviluppo, nuova alba e principio di una rinascita, rivincita tanto attesa, periplo di uno scoglio insormontabile che separa da un avvenire migliore…..e chi più ne ha, più ne metta.

Tante aspettative, infatti, si sono concentrate intorno alle recenti consultazioni tenutesi in Ecuador per il rinnovo dei relativi vertici politici. Per la elezione, in particolare, del suo il futuro presidente della repubblica (addirittura l'ottavo in un arco temporale di 10 anni), colui che, in quanto massimo organo istituzionale statale, una volta nominato in carica si ritroverà tra le mani una vera e propria patata bollente: tirar fuori il proprio popolo dalla palude di recessione e miseria che lo sovrasta ormai da anni, con la non irrisoria aggravante che, ultimamente, nello Stato latinoamericano le cose non marciano per nulla nel verso giusto. Molti nodi da sciogliere e questioni da dirimere, dunque, per il prossimo caudillo ecuadoriano, ma soprattutto l'impresa più ardua di riscattare, dinanzi all'opinione pubblica nazionale, e non solo, l'immagine di una classe politica rea di essersi macchiata dell'onta infame della corruzione e del malgoverno. Una impresa decisamente proibitiva, nella quale, se non corazzato a dovere, chi si ritroverà ad occupare la scottante poltrona di líder máximo rischia di fallire miseramente.

Tuttavia, vada come vada il voto elettorale per le presidenziali, ovvero si aggiudichi la palma di vincitore il multimiliardario imprenditore delle banane e derechista Alvaro Noboa, erede dell'immane impero paterno, oppure lo preceda sulla linea del traguardo l'economista poliglotta e simpatizzante di sinistra (si veda in proposito l’amicizia con Chavez, Lula & co.) Rafael Correa (cioè, i due contendenti che, secondo i sondaggi più accreditati, poi confermati pure dai risultati dello scrutinio di domenica 15, sin dagli esordi hanno vestito i panni di teste di serie del match elettorale), l'Ecuador avrà già ottenuto il suo importante successo.

Il consolidamento della democrazia, in concreto, non rappresenta una delle maggiori aspirazioni per una nazione, nonché una delle sue più brillanti conquiste, qualora conseguita? In specie se giovane ed ambiziosa come lo è l'Ecuador, nato in veste di Stato indipendente "soltanto" nel 1830 e con talmente tante risorse all’attivo da poter sfamare buona parte dell'America Latina (mentre, viceversa, non riesce a far uscire dal tunnel della indigenza il 60% della sua popolazione)?

Democrazia, inoltre, non equivale a riconoscere a tutti i cittadini, finanche a quelli che hanno oltrepassato le frontiere nazionali (la stragrande maggioranza, però, per fuggire alla fame, quindi per necessità, piuttosto che per vezzo), il diritto di voto, o, più esplicitamente, facendo eco alle parole della osservatrice internazionale giunta appositamente a Roma da Quito, Monica Muñoz Sanchez: "il derecho a elejir un destino mejor" (il diritto a scegliere un domani migliore)? Potendolo fare, peraltro, senza che sul gesto di recarsi alle urne gravi l'ombra minacciosa di una pesante multa o di una costrizione imposta per legge, come tutt'ora avviene in molti paesi dell'America Latina, probabilmente quale pragmatico rimedio al forte disamore mostrato per l'ars politica dalla quasi totalità dei propri votanti?

Quello a cui si è assistito domenica scorsa in tutto il mondo, in effetti, non è stato esattamente il verificarsi in pratica di tutto quanto appena detto? Laddove innumerevoli cittadini ecuadoriani, da tempo residenti all'extranjeros, cioè espatriati all'estero, dalle 7 ed un minuto del 15 ottobre scorso ed instancabilmente fino alla campana delle 17, si sono messi pazientemente in fila all'entrata dei seggi elettorali (quelle apposite postazioni per il voto, istituite, a livello internazionale, in ogni contesto statale in cui risultava traccia della presenza stanziale di “fuoriusciti” dall’Ecuador), appagando in tal modo la loro voglia di votare, un desiderio mai coronato sino a tale giornata.

La stessa, identica scena che, quanti si sono trovati a transitare in piazza Bernini a Roma, giusto all'angolo con via di San Saba, per intenderci alle spalle della mastodontica dimora della Fao, hanno potuto ammirare con i loro stessi occhi. Poiché, armati di passaporto e cedula de identidad, gli ecuadoriani del centro-sud Italia, proprio a questo indirizzo, dove, all’altezza del civico n°22, ricade la scuola “Franchetti” (la struttura didattica romana la cui direzione, manifestando più d’ogni altra un forte spirito multi-etnico, ha prestato il suo edificio per far da palcoscenico all’evento), si sono dati appuntamento, con il preciso intento di vivere, ed un giorno poter perfino raccontare di aver vissuto, il loro "día de la democracia". Vale a dire quel "día historico" che, svolta politica o meno all'orizzonte, ha fatto compiere al piccolo paese Sudamericano un "significativo passo avanti nel consolidamento della democrazia" (come ha ben rimarcato il console ecuadoriano in Perugia, Mauro Cavallucci), dato che per la prima volta, nel suo pluridecennale curriculum politico-elettorale, ha consentito ai suoi compatrioti fuori sede di essere protagonisti, benché distanti centinaia di miglia dalla terra di nascita, delle sue sorti. Per giunta “ad ulteriore dimostrazione di una maturazione civile” (come oculatamente ha ancora evidenziato la Sanchez), senza neppure l’affilata mannaia dell’’obbligo di recarsi alle urne.

In sintesi, nel corso delle 10 ore di ininterrotte emozioni e reiterato orgoglio nazionale da cui è stato scandito il giorno storico di domenica 15 ottobre, ha finalmente debuttato, dando piena applicazione al principio democratico (purtroppo ancora misconosciuto in molti Stati), il voto degli ecuadoriani “stranieri”, vale a dire di tutti quelli residenti oltre il perimetro contrassegnato dalla latitudine 2°N-5°S e la longitudine 81°-75°W.

Anche se, è bene puntualizzare, il ruolo assegnato agli emigrati ecuadoriani nella scena politica del proprio paese non è stata, per utilizzare una metafora teatrale, da primadonna tout court. In quanto a venir loro consegnate non sono state tutte le schede elettorali di cui, invece, sono stati rigorosamente forniti i loro compatrioti nelle 36.607 Juntas electorales attivate entro i confini nazionali. Infatti a loro è stato consentito essenzialmente di contribuire a dare un nome al successore di Alfredo Palacio (e del suo vice) al timone dell’Ecuador.

Un compito che, tuttavia, essi hanno disimpegnato in maniera egregia, senza concedersi o inciampare nel “incidente más ligero”, come ha riferito, con un velo di compiacimento sul volto, segno dell’efficace lavoro svolto, il responsabile dell’intera macchina organizzatrice, il console generale in Roma, Giovanni D’Archea. Il quale, inoltre, ha pure ribadito a parole quanto si è potuto appurare nei fatti, vedendo il lungo serpentone di persone che ha ingolfato, in particolare tra le 11 e le 14, l’ingresso della scuola “Franchetti”: “la massiccia corsa alle urne degli ecuadoriani che abitano nell’Italia centro-meridionale, già anticipata dalla promettente fase di empadronamiento”. La iscrizione alle liste elettorali nel collegio di Roma che, effettivamente, a riprova di quanto detto dal console, è stata compiuta di buon grado da quasi 6.000 ecuadoriani, a fronte, poi, di circa 5.500 votanti nella giornata del 15 ("solo un avente diritto non ha fatto in tempo a votare, per l'incalzare del suono della sirena", ci dirà, forse lasciandosi prendere troppo la mano dal suo entusiasmo ottimistico, Mariaelena, una delle numerose volontarie "made in Ecuador", ma “lives in Italy”, che, insieme a tanti altri suoi connazionali, ha funto da comprimaria ed indispensabile supporto allo staff organizzativo "ufficiale" del seggio capitolino; una scelta, quella dei volontari accorsi in piazza Bernini domenica 15, spiegabile solo dalla spinta patriottica che ve li ha condotti per "aiutare il paese, pur standogli lontano").

Il “banco di prova”, di cui ci ha parlato il console Cavallini nel descrivere l’election day del 15, perciò, è stato eccelsamene superato sia dai suoi diretti attori, gli ecuadoriani “italiani” chiamati al voto, che dall’equipe tecnico-logistica la quale doveva assisterli e guidarli (tra l’altro ben sostenuta, ciascuno per le proprie competenze, dalla C.R.I., dall’A.M.A. Roma, dai Carabinieri e dalla vigilanza privata assoldata per l’occasione). Una guida ed una assistenza contraddistintesi per gentilezza e disponibilità, avendo, gli uomini coordinati da D’Archea, un sorriso ed una risposta per tutti (come lo stesso ambasciatore ecuadoriano presso la Santa Sede, Francisco Salazar Alvarado, arrivato al seggio di piazza Bernini al fianco della moglie, ha potuto constatare, complimentandosi con i relativi artefici).



Per passare, però, dalla cornice al suo contenuto, cioè dalla scenografia del “día histórico” al suo esito, la matita dei votanti della circoscrizione elettorale capitolina (una delle 3 disegnate nel Belpaese dai decisori ecuadoriani e, forte dei suoi 6000 iscritti, appena qualche manciata in più di quelli di Genova, la seconda per dimensioni dopo Milano, che ne annovera esattamente il doppio; tutte e 3 insieme, comunque, hanno superato l’estensione numerica dei seggi “ecuadoriani” ritagliati nel vasto territorio degli Stati Uniti), a prender forma è stato il profilo del socialista e moderato Leon Roldós, il quale, con 841 suffragi a favore, contro i 644 del suo più diretto rivale, l’ha spuntata sul 43enne docente universitario Rafael Correa.

Fermatosi invece a quota 535 Alvaro Noboa, l'uomo più ricco dell’Ecuador; mentre la medaglia di legno, corrispondente al 4° posto nella classifica generale delle preferenze espresse dagli ecuadoriani residenti da Roma in giù, è andata alla candidata del Partido socialcristiano, Cinthya Viteri, con un punteggio di 514 consensi.

Infine, volendo attribuire un colore alla elezioni romano per le presidenziali dell’Ecuador, è di sicuro il rosa-rosso delle donne, affiancato dal giallo-azzurro dei giovani (tinte liberamente tratte dalla bandiera ecuadoriana), a vivacizzarne l’affresco complessivo.

Ad urne chiuse e conti ormai fatti, sia quel che sia il vincitore del ballottaggio del prossimo 26 novembre, la riflessione che viene spontanea è: saprà costui mutare l’opinione di quella donna che, conosciuta all’uscita dell’istituto Franchetti, in un sincero e speranzoso sfogo futurista, mi ha detto “si può chiamare Stato, quel paese che non garantisce salute ed istruzione? Uno Stato così non può definirsi tale!”.

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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