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04 agosto 2010

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Atterraggio a Guayaquil


articolo di Tania Belli

20 novembre 2006



Quando le mani iniziano a sudarti, perchè l'attesa, quell'attesa prolungatasi oltre il dovuto, tanto da farti svegliare in piena notte, nel bel mezzo del sogno che trasporta i tuoi pensieri a ritroso nel tempo, fino a giungere al giorno della partenza, da ultimo è giunta agli sgoccioli.

Quando l'emozione rischia di giocarti brutti scherzi, creando anomale perturbazione nel tuo petto, dove un cuore malato di assenza si agita tachicardico, quasi ricordasse il colpo di fulmine che ti scagliò il primo amore, quello adolescenziale che diffícilmente si cancella dalla mente.

Quando il sorriso, quella smorfia di piacere che traspare sul viso di chi sta assaporando una stilla di felicità, si scioglie in trasparenti lacrime, gocce di un sentimento che finalmente tracima dal contenitore in cui, sottovuoto, privato cioè dell'ossigeno del domani, è stato tappato per i trascorsi 365 giorni di una intera, infinita rotazione terrestre.

Insomma, quando tu, immigrata in Europa dall'Ecuador, quale sorta di naufrago che si è gettata in mare (un oceano sterminato e sconosciuto) per salvare la vita mentre la barca rischiava di affondare, stai per scendere da quell'aereo che ti riporta allo stesso punto da cui la tua famiglia, salutandoti, ti aveva visto volare via, lontano dal suo affetto.

Mentre vedo la tua figura allontanarsi lungo il corridoio del volo KLM sul quale, quasi per caso, ovvero ancora una volta per colpa della mia genetica voglia di curiosare nel mistero umano, ci siamo conosciute, trascorrendo insieme una piacevole trasvolata oceanica, "querida yenny", mi si riempie l'anima di malinconia. La malinconia nel rincontrare l'Ecuador pressoché nel medesimo punto in cui l'avevo lasciato l'anno passato, anzi scoprendo, addirittura, che alcuni dei suoi malanni si sono finanche aggravati.

Cosa sta a significare, infatti, la presenza, su quello stesso volo, di molti personaggi dai lineamenti chiaramente orientali, se non che, la mancata sensibilità manifestata dalla politica ecuadoriana verso gli artigiani e commercianti locali, ha consentito al fiume giallo di spingersi, invadendole, sino alle latitudini ecuadoriane dell'America Latina?

Cosa vogliono dire, altrimenti, quelle mele che, gonfie e prestanti, occhieggiano dalla fruttiera durante la mia prima cena ecuadoriana, sfoggiando, sulla loro lisca buccia rossa, un luccicante bollino con su scritto "Producto en Chile".

In poche parole, come spiegare la circostanza per cui l'Ecuador, un paese che affonda le radici della sua economia in una fertile terra vulcanica e nulla, quindi, avrebbe da temere o invidiare a qualsiasi altro Stato del mondo in quanto a produttività e generosità della propria agricoltura, sia costretto ad importare alimenti dei quali, più che per munificenza, spicca per qualità, mostrando frutta e verdura di dimensioni a dir poco fuori dalla media.

La malinconia racchiusa in quel nostro "adios", dunque, non era solo dovuta al mio pensarti, dopo tanta forzata astinenza, a riabbracciare i tuoi figli, tua madre e tuo fratello, tra l'altro proprio nel giorno in cui io, al contrario, mi ero enormemente allontanata dalla piccola Caterina, nipote insperata, eppur già arrivata da 4 mesi ad arricchire la mia vita.

Quanto, piuttosto, la malinconia era alimentata dal saperti contenta in una parentesi di esistenza a cui, però, giunto carnevale (che amaro scherzo del destino!) purtroppo sarai obbligata di nuovo a voltare le spalle, per guardare verso l'Europa, lo spazio di vita nel quale hanno saputo investire il tuo talento, evitando che venisse sprecato o si disperdesse tra le pieghe di una política indegna, tornacontistica e ormai da tempo implosa in se stessa.

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l'anima" di Fabio Croce Editore


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