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04 agosto 2010

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Hospital Luis Vernaza


articolo e foto di Tania Belli

07 febraio 2007



Tra le sorprese che non ti aspetti, di un Ecuador che, dietro ogni piega del suo complesso tessuto sociale, riesce sempre a meravigliare, riservando sorrisi, quanto pure delusione a non finire, compare, in tutta la sua sofferta efficienza, il nosocomio più appetito di Guayaquil: il “Luis Vernaza”.

Un bell’edificio, dalla tinteggiatura bianca, incorniciata con rifiniture verde bottiglia (lo stesso verde della stragrande maggioranza delle nostre corsie ospedaliere), e leggermente sollevato su di un impercettibile piedistallo, infatti, appare, al cospetto del frenetico via-vai cittadino, il redivivo Palazzo dell’ex Hospital General, oggi Hospital Luis Vernaza.

Una perla conficcata, negli anni 20 del novecento, ai piedi del policromo Cerro del Carmen (il cuore storico della più estesa e popolosa convivenza sociale dell’Ecuador), è, quindi, la struttura sanitaria che, sotto l’altisonante nome di Vernaza, si adopera per aggiustare tutti i guasti delle circa due milioni e mezzo di macchine umane di cui si è andata riempiendo, quasi al collasso, la ciudad de Santiago de Guayaquil (di sicuro più nota con il diminutivo di Guayaquil).

Una perla, dunque, nella duplice accezione della parola, in quanto, forte dell’eleganza, dal sapore classico, dei propri padiglioni (tutti ineccepibilmente puliti ed ordinati e la cui cinghia di congiunzione è costituita dal sobrio, però slanciato patio che s’inerpica verso la sovrastante chiesa giallo pastello), non solo interviene a gratificare il piacere degli occhi, ma provvede pure a soddisfare altre esigenze. Quelle esigenze, cioè, che interessano bisogni più strettamente fisiologici e che soddisfa nel venire in soccorso ai malanni da cui è afflitta la circostante metropoli ed il suo enorme interland (una periferia infinita e finanche piacevole nella miriade di luci con la quale accende la notte).

Il Vernaza: “Un appiglio dai pomelli in oro, a cui ci si aggrappa con tutte le proprie energie per non venire risucchiati dal vorticoso turbine dell’infermità", questo, pertanto, potrebbe esserne il motto più adatto. Un eloquente slogan che, tuttavia, difficilmente suonerebbe altrettanto bene se abbinato ad altre realtà sanitarie dell’Ecuador ed addirittura stonerebbe per quelle del seguro (detto in italiano: pubbliche!), e ciò pur essendo l’Ecuador un paese bisognoso di cure.

Perché, allora, se si alza lo sguardo dalla indubbia e bella funzionalità dell’ospedale Vernaza (ospedale, è opportuno puntualizzare, a gestione privata), per indirizzarlo sulla collina che da sempre gli si pone come naturale scenografia, ci si smarrisce tra gli appuntiti spiedi di una tecnologia sofisticatamente minacciosa e che tiene tutti sulla brace.

Perché, l’obiettivo della mia macchina fotografica, occhio della mia coscienza e braccio destro della voglia di raccontare i mille volti dell’Ecuador, si è visto costretto a catturare nel suo diaframma, per poi fagocitarlo nella contigua memoria hi-tech, il diabolico scintillio di impalcature di metallo a forma di antenne, di sicuro fenomenali nella diffusione di messaggi digitali (vale a dire quelli di cui è ghiotto il nostro vorace bisogno di comunicare!), ma impareggiabili anche nell’emettere infide onde elettromagnetiche (assai meno nutrienti per il nostro corpo)?

Tra gli innumerevoli luoghi di cui dispone una terra, quale è l’Ecuador (e, nel caso in questione, i dintorni di Guayaquil), forzatamente povera della materia prima dell’esistenza (alias cibo, vestiario o quant’altro alla sopravvivenza del corpo necessiti), ma non certo di ricchezze ambientali, perché andare ad erigere i monumenti simbolo dello sviluppo globale (uno sviluppo che si protende a pescare principalmente nel mare del benessere), proprio sopra l’incarnazione vivente di una delle più dotate e redditizie pile di alimentazione del progresso stesso (considerando, inoltre, che senza salvaguardare la vita dell’uomo, è impossibile e pressoché inutile costruire sulle fondamenta del suo presente, un domani migliore e più agevole, procacciandovi l’auspicato progresso).

Per giunta, nello Stato che nel 1800 ha disposto di consacrare se stesso al sacro Cuore di Gesù, azzardando fino a collocare tali possenti mostri d’acciaio a braccetto con la maestosa statua del Cristo che, malgrado tutto, dall’altura del Cerro del Carmen, non si stanca di benedire Guayaquil e tutti i suoi abitanti (….ecco cos’era quella macchia scura che, nell’atto disperato di farsi largo, ho scorto tra la soffocante selva di ripetitori che calza, come uno stretto cappello, sulla testa del Vernaza, mettendo in connessione con il mondo intero le sofferenze dei propri “ospiti” o, per esprimersi in gergo tecnico, amplificandole)?


La speranza, comunque è che qualcuno, prima o poi (ovviamente meglio prima!), distogliendo lo sguardo della sua attenzione dalla inarrestabile, folle corsa a scalare la montagna su cui siede beato il Re denaro, per poggiarlo sulla incongruente equivalenza “male da sconfiggere=male potenziale” (splendidamente sintetizzata dagli aguzzi spuntoni che campeggiano intorno ai tetti dell’ospedale Vernaza), riuscirà ad accorgersi dello scempio paesistico ed umano perpetrato nel calcare (consapevolmente o meno) troppo la mano……d’altro canto, come scrisse il poeta: “la speranza è l’ultima a morire” (chissà, però, quante persone moriranno nel frattempo!).

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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