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04 agosto 2010

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HUELGA: UN SISTEMA PER CAMBIARE LA VITA


articolo e foto di Tania Belli

07 dicembre 2006



Huelgas, huelgas y siempre huelgas.

Scioperi, scioperi ed ancora scioperi.

Un adagio, quello appena citato, che va molto di moda in Ecuador, dove, infatti, non è per niente impossibile, ne tanto meno anomalo incontrarsi nel pieno di una tormenta socio-lavorativa. Una perturbazione improvvisa che, di punto in bianco, quasi fosse un normale intercalare della routine quotidiana, interviene a sconvolgere i piani ben disegnati per le 24 ore in procinto di essere affrontate. Ecco, quindi, che scatta il piano di riserva, quello dell’improvvisazione e dell’arte dell’arrangiarsi, per il quale gli ecuadoriani sono maestri, data la loro proverbiale propensione di vivere alla giornata, approcciandosi al domani come se si trattasse già dell’oggi. Forse la stessa chiave di lettura attraverso cui giungere a capire il perchè, puntuali all’ora di pranzo, tutti i blocchi e le transenne posti dagli scioperanti, un secondo prima invalicabili, divengono miracolosamente vulnerabili! Naturalmente non è sempre così, anzi in molti casi la huelga, perorata con estrema tenacia e risolutezza, ha segnato la storia del paese, oltre che le abitudini dei suoi cittadini.

Questo, ad esempio, è ciò che è accaduto nel 1996, quando una serie di scioperi congengnati a mo’ di catena di montaggio dai sindacati e dalla CONAIE (la principale organizzazione degli indigeni dell’Ecuador), costrinse El Loco, al secolo Abdala Bucaram (ennesimo presidente populista della repubblica ecuadoriana, distintosi principalmente per una condotta eccentrica, mista ad una marcata sfrontatezza politica) a fuggire a Panamá, con una dichiarazione parlamentare d’incapacità pendente sulla testa.

Questo, inoltre, è anche quanto si è verificato trascorsi solo tre anni da tali fatti, in concomitanza della dichiarazione del nuovo presidente in carica, Jamil Mahuad, di disporre la sostituzione del sucre, moneta corrente dell’Ecuador sin dai suoi albori, con un altra valuta, varando, dunque, l’era della dollarizzazione. Come risposta i suoi concittadini, i poveri in particolari (tra le cui fila si inquadrarono anche migliaia di altri nuovi poveri, che videro i loro risparmi polverizzarsi ad un tasso di cambio di 1 a 24.000) indissero una huelga general, che si concluse agli inizi del 2000 con un golpe bianco. Antonio Vergas, leader del movimento indigeno, Lucio Gutierrez, stella nascente dell’esercito ecuadoriano e l’ex presidente della Corte Suprema, Carlos Solozano si posero a capo di un triunvirato che, costretto Mahuad alle dimissioni, diede il potere al suo vice, Gustavo Noboa (questo nome non suona affatto nuovo!), spalleggiato da militari ed insorti che, tuttavia, non cancellò il provvedimento sulla dollarizzazione.

Duemilauno: altro anno e altri scioperi. Stavolta, però, di studenti ed insegnati, scesi in piazza per protestare contro l’aumento indiscriminato dei prezzi che, a seguito dell’insistenza dei dimostranti furono rivisti ed adeguati. Il 2001, comunque, è stato anche l’anno di altri scioperi, come quello dei medici e dei lavoratori delle piantagioni di banane, i quali produssero al paese un danno per 28 miliardi circa.


La huelga, seppure in una versione rivista e corretta, è stata anche la circostanza che ha finito per condizionare una delle mie peripezie ecuadoriane.

Notte tempo (per la precisione nelle ore che sancivano il passaggio di domenica 3 dicembre, a lunedì 4), i camionisti ecuadoriani, infatti, hanno deciso, logicamente senza avere l’accortezza di fornire il benché minimo preavviso, di interrompere la circolazione nella principale arteria viaria che collega Quito a Santo Domingo de los Colorados. Cioè la strada che, di li a poco, io avrei dovuto percorrere per far ritorno nella capitale (e anche la stessa che i miei amici Alcides e Diana stavano per imboccare giusto nel momento esatto in cui veniva chiusa....risultato: arrivo a destinazione alle 5 del mattino!).

Pertanto martedì, giorno previsto per la partenza (o meglio per l’adiós agli amici di Santo Domingo e, in special modo, ai bambini della Casa Hogar de Jesús), invece che tirar dritto per Quito, il cammino mi ha portato di nuovo a risalire verso nord-ovest, in direzione di Esmeraldas (da cui ero da poco tornata), transitando per Puerto Quito e San Miguel de los Bancos: una deviazione tutt’altro che irrisoria. Detto in termini pratici, 2 ore in più di viaggio, per il doppio del traffico!

All’apparenza tutto ciò potrebbe sembrare una disgrazia, al contrario per me si è rivelata una splendida (per quanto imprevista) variante al progetto originario, invitando la mia vista a cibarsi di un succulento pranzo servitogli, con dovizia di portate, da madre natura.

Palme longilinee e scapigliate, che si sporgevano, in punta di piedi, da un tessuto ricamato da macchie di terra rossa e chiazze di verde sgargiante, le inconfondibili tinte di un ventre generosamente fertile (nonostante le reiterate violenze subite!), quale ricco antipasto.

Graziose capanne di bambù e paglia, intagliate, come statue di un presepe, a lambire gli argini della carreggiata, mentre le sparute abitazioni di remoti e solitari centri abitati gli facevano il coro, quale primo piatto niente male.

Come secondo, poi, montagne ricoperte da una folta peluria di boschi ed una pennellata di nebbia sulla cresta ad infondergli un alone di accattivante mistero e servire il gradito contorno d’accompagnamento.

Di seguito, nell’addentrarsi in quella specie di favola della natura, è bastato macinare ancora qualche segmento in più di asfalto, per poter arrivare ad assaporare il dolce: i tondeggianti bignè di un delicato profiterole fatto di sinuose colline, guarnite dai lievi tratti color pastello di orti, coltivazioni e pascoli.

La sagoma marrone del massiccio obelisco di Mitadad del Mundo, la città museo nata sull’orlo dell’equatore, infine mi ha rievocato l’aroma intenso di un caffè cucinato nel luogo esatto in cui vide la luce, anticipando di qualche chilometro l’ultima portata, una macedonia di frutta, condita utilizzando i molti sapori di Quito e della sua periferia nord.

Stavo per dimenticare le bevande......cosa c’è di meglio di una snella e polverosa striscia di asfalto che, come un rettile silente, penetra e s’insinua nelle morbide maglie di un corpo indifeso che, pur maltrattato, non si stanca di offrire la sua immensa prolificità?


Dunque, una volta tanto (oppure, assumendo una diversa prospettiva visuale: una volta in più), è il caso di dire: benedetta huelga (fosse soltanto per aver potuto evitare lo spauracchio della fitta nebbia nella strada “ufficiale”)!"

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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