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04 agosto 2010

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La sanità ecuadoriana: Il pane che sfama la fame


articolo e foto a cura di Tania Belli

07 febbraio 2007 - seconda parte



Chi ha il pane non ha i denti, mentre chi ha i denti non possiede il pane.

Questo ci insegna, parafrasando la realtà, un noto proverbio popolare.

Un proverbio che, però, malgrado al sua indubbia affinità con la pratica, paradossalmente si ritrova ad esser contraddetto da un paese del terzo mondo, l’Ecuador, ovvero il paese più a sud dei paesi ubicati nel settore “sud” del mondo (forte della sua marea montante di povertà, che sommerge il 60% dei suoi circa 13 milioni di abitanti).

Per l’esattezza, in Ecuador, a smentire, contraddicendolo, l’assioma su cui si regge la declamata massima, è un segmento fuori asse dell’irregolare geometria su cui si regge lo Stato (laddove essere fuori asse, in Ecuador, è sinonimo di positività!).

Un segmento, cioè, che, tracciando il perimetro di un surreale mondo di Oz nel bel mezzo del regno della incoerenza, riesce a far avverare la singolare, quanto straordinaria alchimia per cui chi non possiede pane, ma ha denti sani e forti per poterlo azzannare, comunque riesce a trovare qualcosa di commestibile da mettere sotto la loro sbiadita ed affamata morsa.

Si tratta del Centro de Recuperación Nutricional, una “organización eclesial”, d’ispirazione umanitaria, che, nel giardino verde della FASCA (la Fundación Acción Social Cáritas) di Santo Domingo del los Colorados ha aperto i propri battenti per “recuperar el estado de salud integral de niños y niñas menores de 5 años de edad con desnutrición aguda”.

Uno spunto, quello di creare un istituto (peraltro unico a livello nazionale), capace di ergersi a roccaforte del diritto alla salute dei neonati, dando pane alla loro fame, che è venuto, nel 1996, ad alcuni professionisti dominicani, naturalmente del comparto medico, accogliendo nei propri cuori i valori trasmessi dall’allora responsabile FASCA, mons. Finbarr O’Leary.

La missione del prelato irlandese e della sua entità solidale, pertanto, si è fusa con la loro missione deontologica, facendo della vocazione a “promover los derechos y el desarrollo de la persona, la familia y la comunidad más vulnerable, mediante la esecución de programas y proyectos inspirados en el Evangelio y doctrina social de la Iglesia”, la molla che li ha portati a ridare carne e vigore a scheletri di bimbi pelle ed ossa (con ciò sopperendo pure all’assenza dello Stato!).

Affrontare e vincere la sottonutrizione che, inesorabilmente e implacabilmente, trama contro la salute di fanciulli minori di 5 anni, per affondarne la precaria esistenza, perciò, è il credo che professa il Centro de Recuperación Nutricional. Una religione che, con devozione ed instancabile pazienza (attitudini che a vederle all’opera si direbbero somiglianti all’amore), i suoi dipendenti praticano tramite una ampia serie di strumenti. Si va, per entrare nei particolari, dalle fondamentali prestazioni mediche (che, rivolgendosi anche alle madri, toccano i reparti di: medicina generale, cardiologia, ginecologia, pediatria, odontologia, mastologia e alimentazione) alla onnicomprensiva attenzione per l’aspetto più squisitamente nutrizionale, approfondito sia in fase preventiva che curativa (e che, perciò, contempla una vasta gamma d’interventi, vale a dire: un’apposita consulta, abbinata al club delle donne incinte, corsi di formazione ad hoc ed incontri educativi, forum di ascolto e dibattito, nonché un appropriato servizio psicologico). Il tutto, però, passa attraverso un oculato e mirato lavoro socio-assistenziale (svolto principalmente a livello parrocchiale), per appoggiarsi, poi, su specifiche strutture di base, quali la farmacia, il laboratorio di analisi e quello ecografico.

Parlare di una empirica contraddizione ad una delle più consolidate massime della tradizione popolare, quindi, per il Centro de Recuperación Nutricional appare decisamente inopinabile, soprattutto vedendo come, sui corpi malati di fame di bambini sottopeso, gradualmente vanno a scomparire i visibili segni della loro improcrastinabile necessità di cibo, .

Per non vanificare, dunque, ciò che in Ecuador potrebbe apparire come un miraggio, ma invece rappresenta il risultato pragmatico delle fatiche di laboriose e tenaci formichine, è indispensabile non lasciar solo il Centro de Recuperación Nutricional della diocesi di Santo Domingo del los Colorados. Ovvero non perseverare nel malcostume, purtroppo assai diffuso nel cyber-spazio globale, di buttare soldi per incrementare obesità e sfizio, senza accorgersi della terrificante magrezza, impastata con stenti e miseria, dei fratelli meno fortunati che, trovandosi dall’altra parte del mondo, mai hanno ascoltato la parola anoressia o, tanto meno, indigestione. Un ravvedimento che, con in cassaforte la certezza di non inciampare nell’ennesima buggeratura di bruciare denaro per gonfiare l’inganno di una falsa istituzioni benefiche (e nemmeno per far lievitare i forzieri di istituzioni che ormai servono esclusivamente a sostentare se stesse), sarebbe l’analgesico più efficace per i crampi allo stomaco di tutti i bambini denutriti dell’Ecuador. Un ravvedimento che avrebbe la sostanza di un concreto e “nutriente” contributo a favore del Centro de Recuperación Nutricional – FASCA ed i pragmatici lineamenti di un versamento sul conto corrente n°02060001344 del “Banco Protubanco”.

Non facciamoci mancare l’occasione irripetibile di “Servir a Cristo en el más necesitado”!

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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