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04 agosto 2010

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"Dale Correa": un invito rispettato.


articolo di Tania Belli

28 novembre 2006



Mentre gli ecuadoriani residente in Italia, come accaduto durante la prima tornata elettorale, continuavano a remare contro corrente, benché questa volta in numero assai inferiore rispetto a quello rilevato il 15 dicembre scorso (infatti nei seggi di Milano e Genova, dove, tranne la quantità crescente di ambulanti, l’afflusso ha subito una contrazione di circa 1300 unità, ad aggiudicarsi il duello è stato Noboa per 8684 voti contro 5977), in Ecuador il “virtual” presidente Correa già si calava nella parte assegnatagli dal 56,4% dei suoi concittadini.

Correa, quindi, che sin dalle 18,30 di domenica, ovvero sin dalla sua comparsa dinanzi alle telecamere con un nuovo e più importante ruolo da recitare, aveva mostrato di voler proseguire diritto per la strada tracciata nel corso della campagna elettorale, all’indomani dell’insperata vittoria, rimboccandosi le maniche (si badi bene, però, non di camicia, bensì di un impeccabile completo grigio-blu), ha cominciato a mettere i famosi “puntini sulle i”.

Rinnovando i propositi decantati e somministrati all’elettorato in tutte le salse, specie quelle più succulente (da cui, secondo gli osservatori più accorti, il riuscito sorpasso sulla minor brillantezza e flessibilità sfoderata dal diretto concorrente, un Noboa che ha finito per ripetere se stesso, peccando nella sottovalutazione dei canali comunicativi più redditizi, internet tra tutti…inoltre cosa dire dell’azzeccato spot “dale Correa”), Correa, pertanto, svegliatosi dal sogno di domenica e scoprendosi concretamente la massima carica istituzionale del suo paese, si è subito mosso per porre in carreggiata il programma politico concepito con il suo fedele scudiero, Lenin Moreno.

La immediata convocazione di una consulta popolare, per eleggere l’assemblea costituente che apporterà la diciannovesima modifica alla carta magna ecuadoriana (si tratterà, ha affermato Correa senza mezzí termini “del secondo decreto che emetterà il governo entrante”); l’aumento della spesa per la salute e l’istruzione (salendo al 6% del P.I.L.), riduzione dell’IVA, rientro nell’OPEC, programmi di microcredito e maggiori investimenti pubblici per quanto attiene il rilancio del commercio: queste le misure che l’ex candidato alla presidenza per Alianza País, risultato poi vincitore, è tornato a promettere. Una promessa confermata ribadendo anche i nomi dei ministri già fatti il giorno precedente in una improvvisata conferenza stampa nella gremita hall dell’Hotel Dann Carlton di Quito e, per entrare nel merito: Alberto Acosta, papabile per il dicastero dell’Energia, Ricardo Patiño per quello dell’Economia, J.Carlos Toledo per le comunicazioni, Gustavo Larrea per il “Gobierno” (scontato il nome di Lenin Moreno, suo inattaccabile vice). Probabili futuri ministri (la maggioranza dei quali compagni di università o valide spalle nella sua dura scalata politica) con cui Correa, pur concedendosi una breve pausa con i familiari e il prevedibile bagno di folla con i suoi fans, si è riunito per una “mesa de trabajo” sempre il giorno stesso della prove generali con il costume di presidente.

Tutto ciò, logicamente, tra una telefonata e l’altra di congratulazione ricevuta dai colleghi di altri Paesi, i quali, ormai lo vedono come il loro principale interlocutore dentro la frontiera ecuadoriana .Tra i primi ad alzare la cornetta per chiamarlo, come era ovvio immaginare, è stato Chavez da Caracas (al quale, molti sostengono, Correa somigli vagamente), seguito poi dal boliviano Evo Morales, da Lula e, via-via che la clessidra di lunedi 27 si consumava, anche dagli altri capi di Stato latinoamericani. Pure da Washington sono arrivati i complimenti al neo eletto presidente dell’Ecuador, accompagnati dalla disponibilità a lavorare insieme, anche se il “siamo pronti a lavorare con Correa” giunto dagli U.S.A. è andato a fare la eco al deniego dello stesso Correa alla firma del T.L.C (n.d.r Trattato di Libero Commerci). Tanto che Correa ha rincarato la dose, tendendo la mano anche al vicino di casa, Alvaro Uribe, al fine di costruire un fronte comune latinoamericano, una sorta di Unione Europea d’Oltreoceano (al leader colombiano, tuttavia, non è arrivato fino a concedere l’iscrizione della FARC nelle liste delle organizzazioni bandite per terrorismo, significando ciò una velata compromissione col Plan Colombia, cosa che in Ecuador ci si guarda bene di fare).

Naturalmente, al sorgere dell’aurora di una nuova fase politica in Ecuador, con il nuovo presidente già sceso nel ring di una difficile opera governativa, si vanno delineando le future strategie partitico-politiche, laddove l’ex gaudillo ecuatoriano Lucio Gutierrez si è detto favorevole ad appoggiare Correa, come pure gli indigeni di Pachakutik ed i socialista (inoltre il predecessore Palacio, presidente ad interim, ha palesemente affermato “sarà rispettato il voto dei cittadini”). Comunque sarà questo, cioè quello delle alleanze politiche, il vero campo minato per Correa, carente di una solida base nella camera legislativa, 100 parlamentari da dover convincere, avendone a favore, per il momento, solo una minoranza.

Invece si può dire oramai conclusa la lotta nell’arena elettorale, in quanto gli scrutini ufficiali non fanno altro che ricalcare l’andamento degli exit-poll (avanti Correa in 18 province su 22, con una percentuale del 56,4% di consensi incassata a livello nazionale), spalleggiati dalle dichiarazioni degli osservatori internazionali dell’OEA (Organizzazione degli Stati Americani), che definiscono irrilevanti, pressochè inesistenti, i casi di irregolarità e brogli (con Noboa che ancora non si stanca di ripetere che le società demoscopiche incaricate di effettuare gli exit-poll lo davano in vantaggio sino a quando sono state soggette al contratto con lui sottoscritto vari giorni addietro e che, dunque, solo il Tribunale Supremo Elettorale, a cui richiederà la puntuale riconta delle schede, darà i risultati definitivi).

A tutto questo non potevano mancare i tipici tocchi di colore all’ecuadoriana, con un Lenin Moreno che ha denunciato promesse elettorali di distribuzione gratuita di polli, fatte dal partito perdente, il Prima, per accaparrarsi i voti, la pioggia da una parte ed il caldo dall’altra, che hanno rallentato le operazioni di voto in varie zone del paese ed un Noboa che, quale rito propiziatorio pre-voto, si è impegnato nella lettura di alcuni passi della Bibbia. Una affinità, quella per la religione, condivisa anche da Correa, visto che la sua folgorante carriera (sempre suffragata da borse di Studio e riconoscimenti ufficiali), è iniziata come professore di religione, dopo un anno sabbatico come volontario presso una comunità indígena della Sierra. Per questo forse, la direttrice del collegio della Inmaculada, in Esmeraldas, a conclusione della battaglia elettorale mi ha confidato “che sia fatta la volontà di Dio”.

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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