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04 agosto 2010

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articolo e foto di Tania Belli

27 novembre 2006



ANTES: il PRIMA

Start: il cronometro della lunga vigilia delle elezioni più delicate e combattute dell’intera storia politica ecuadoriana ha iniziato il suo count dawn.

Ciò equivale a dire che:

da venerdì 24 e per le seguenti 48 ore, nell’intero Ecuador, nessun esercente pubblico poteva vendere o somministrare alcolici (per essere più precisi, doveva evitare di farlo in maniera tale da scoprire le spalle ad un eventuale “colto in fragrante …altrimenti come spiegare gli scaffali di un supermercato nient’affatto carenti in quanto a bibite con “spirito” o, ancora, la cerveza servitaci, all’ombra di un patio interno, a un passo dal mare di Toncigúe);

sabato 25 nessun poliziotto ha potuto riposare, poiché la parola d’ordine diramata per ognuno di loro è stata assicurare l’ordine, perseguendo colpevoli o non e, se possibile, arrestare i molesti;

per le 24 ore che hanno preceduto l’inaugurazione elettorale, silenzio e raccoglimento per i due candidati in lizza, ma non, di certo, per i loro sostenitori (cosicché, mentre Noboa e Correa, ciascuno racchiuso nel suo nido protettivo, smaltivano le tossine di una corsa senza soste, i loro comitati di sostegno stringevano i denti per la volata finale, cercando di accaparrarsi i voti in bilico e professando fiducia: “non c’è storia, tanto vinciamo noi”, cosi m’ha detto Fernado, con Enrique che lo contraddiceva tuonando “il popolo non si sbaglierà”).

in completo accordo con ruolino di marcia prestabilito, l’arrivo del “Kit” per ottemperare alle operazioni di voto, all’indirizzo di ciascuna Junta electoral (vale a dire nelle mani dei 4 volenterosi ecuadoriani che permetteranno la regolare celebrazione dell’election day, seppur ricevendo in cambio un emerito nulla, “sin agua”, mi hanno detto loro, dall’alto del tipico umorismo ecuadoriano, laddove, infatti due dollari di rimborso per il lavoro disimpegnato, quasi non bastano per comprarsi l’acqua), Al riguardo, però, la domanda che sorge spontanea è come può una scatola minuscola (che non ha niente da invidiare all’antiestetico e ingombrante kit degli anni passati, il quale è stato riadattato a basurereo, alias secchio della immondizia), contenere tutto il materiale necessario per allestire un seggio elettorale (i soliti timbri, penne, schede, urne etc, etc.)? Solo facendo da spettatore ad un collegio elettorale, questo prodigio mi si è disvelato, e la foto parla da sé.

A far marciare il passo dell’alba elettorale, comunque, sono state principalmente le speranze, la disillusione e i sogni mai coronati di un intero paese, da cui le frasi con cui ne sono stati riempiti i muri pressoché ovunque: un misto di disperazione e voglia di rivincita o, quanto meno, di riscatto (se ne mostra una per tutte).


DURANTE: Correa o Noboa: questo il problema….che la festa elettorale abbia inizio.

“¡llegó la hora!”.

In tal modo, domenica mattina, giusto all’aprirsi dei seggi elettorali, uno dei più venduti giornali della costa ecuadoriana, La Hora, intitolava l’articolo con cui andava a sancire il concreto avvio della battaglia del voto.

Dopo tante promesse, tante parole e tante staffilate lanciatesi vicendevolmente dai due pretendenti alla poltrona di presidente, al rintocco delle 7 di domenica 26, quindi, è finalmente suonata l’ora dei fatti.

L’ora in cui, cioè, se i tifosi di Correa, da tempo assiepati nella loro curva verde-azzurra e quelli di Noboa, ben allineati sulla sponda opposta, intenti a sbandierare i colori giallo-blu, hanno potuto sfogare i loro ardori elettorali, gli incerti, al contrario, si sono dovuti necessariamente risolvere a sciogliere gli indugi, Per loro, dunque, le 7 di domenica hanno significato l’inevitabile scadenza per risolvere il loro dilemma amletico: scegliere quale fosse per il futuro del proprio paese il male minore tra i due profilatisi all’orizzonte all’indomani del primo turno elettorale (consumatosi il 15 ottobre scorso).

Volenti o nolenti, infatti, tutti gli ecuadoriani si sono dovuti recare alle urne, penzolando sulle loro teste l’affilata scure dell’obbligo ad esercitare il diritto di voto. Un dovere talmente stringente da andar a pesare per sempre sulla loro fedina penale, costringendoli a recare con sé, dalla semplice istanza per una immatricolazione automobilistica fino ad una più complessa domanda lavorativa, il certificato elettorale.

Non è per nulla casuale, perciò, la presenza di plastificatori di “cedula electoral” o di venditori di custodie salva documenti fuori da ciascun collegio elettorale: un bene così prezioso deve essere assolutamente salvaguardato!

Eppure, malgrado l’obbligo imposto, nonostante il fardello del “voto o morte”, benché l’incubo di non presentarsi per tempo dinanzi alla propria Junta electoral abbia agitato il sonno di ogni ecuadoriano di età superiore ai 18 anni, el dìa de las elecciones da sempre si configura come uno dei più “partecipati” giorni di festa.

Pertanto la fiesta comincia confluendo nella circoscrizione elettorale per togliersi il pensiero che tanto ha obnubilato la mente (sebbene il vero inizio della festa coincida più verosimilmente con il giorno in cui si fa vacanza a scuola e lavoro); continua con la salvaguardia della ricevuta con cui si attesta “l’ok all’esercizio del voto” (da cui l’utilità del plastificatore); l’arrivo dei carretti per il servizio espresso di colazione e pranzo, va a segnarne poi il seguito, laddove ogni elettore si interroga sul perchè tornare a casa e non disfrutar (approfittare) della bella giornata, dopo la fatica elettorale. Infine tutti in spiaggia (per chi vive nei pressi del mare) o in giro a bighellonare (per coloro che il mare lo vedono soltanto col binocolo) fino a che non faccia notte o le lancette indichino l’orario della chiusura dei seggi.

Nessun problema, invece, per le code fuori e dentro dai seggi, visto che l’attesa non è mai troppo lunga, in quanto, se una cosa non manca in Ecuador è proprio il numero delle postazioni elettorali ed il modo per renderle funzionali.


DESPUES: il post.

Ore 17:00 del 26 novembre: l’Ecuador si pone alle cronache mondiali di nuovo offrendogli una inattesa sorpresa.

In effetti, gli exit-poll, successivamente confermati pure dai primi scrutini, danno subito Correa in vantaggio, con il 56,40% del totale delle preferenze espresse (pari a circa 3.500.000 suffragi), arenandosi Noboa al 43,60 (detto in numeri: 2.700.000 simpatizzanti), con le schede nulle e bianche, come da previsione, a fare la differenza, ammontando rispettivamente a 664.000 (9,5%) e 66.000 (1,5%), circa (ricalcate, perciò anche l’anticipazione fattami da uno dei rilevatori deputati alla registrazione ufficiosa dei voti nel pieno delle manovre elettorali, che ci ha soffiato tra i denti l’andamento degli exit-poll in uno dei più grande seggi di Esmeraldas, quello del Colegio Sagrado Corazón).

Detto questo, quale è stato il terremoto che ha fatto crollare tutti i castelli di sabbia costruiti nel corso della campagna elettorale, contraddicendo tutto quanto in tale fase si è sentito a corollario delle ultime schermaglie dei due unici concorrenti rimasti in corsa (voci secondo cui ad arrivare primo, fino a sedersi sul trono di presidente dell’Ecuador, in luogo di Correa, come è realmente accaduto, sarebbe stato Noboa)?

La causa del ribaltamento della situazione vaticinata dagli oracoli elettorali è da attribuire alla poca maturità degli ecuadoriani, la cui “carenza di visione critica” ha finito una volta in più per avere il sopravvento, la interpretazione dei fatti offerta dalla critica più obiettiva e tiepida, che ha pure rimarcato come “il valore delle elezioni sia stato quello di premiare il candidato che ha saputo frenare la sua aggressività”. O, viceversa, come si sono sbilanciati ad affermare i commentatori più arguti e avventurosi, lo sconvolgimento dei pronostici trova giustificazione nella circostanza per cui “il voto è stata l’ennesima dimostrazione dell’astio dell’America Latina contro Bush”?

A sentire, invece, i diretti interessati, tutto normale e niente di straordinario per come sono andate le cose, anzi i risultati sono da leggere in maniera estremamente positiva; questo, almeno il parere del portavoce di Correa a detta del quale “si è consumata la vittoria della cittadinanza, che, compatta, si è ribellata alla annosa oligarchia politica che da anni domina il paese” .

Non è d’accordo, logicamente, Noboa, a dir poco paralizzato dalla doccia fredda ricevuta, dopo che, partito con 5-6 punti di vantaggio, si è ritrovato con un passivo di 13-15 punti percentuali. Il perdente, cosi, ha chiesto il riesame delle schede votate ed una approfondita verifica delle procedure con le quali, Market e Cedator, hanno raccolto gli orientamenti di voto a fini statistici.


Brogli o meno, conteggi giusti oppure no, quello che interessa è se nel cielo del domani di ogni ecuadoriano, con Correa al vertice, si prospetta sole o nubi?

Decisamente tempo sereno prevede lo stesso Correa, il quale, nella sua prima apparizione in pubblico, avvenuta alle 18,30 nel confortevole quartier generale dell’Hotel Dann Carlton di Quito, galleggiando tra un mare di fotografi e l’emozione del debutto (con doverosi ringraziamenti a fare da complemento, rivolgendoli in particolare “al compagno di viaggio e futuro vice-presidente Lenion Moreno, alla famiglia, ai sostenitori ed agli amici tutti”), ha voluto risaltare l’importanza del “dìa de hoy, nel quale una speranza impossibile, ma che non sono mai riusciti a rubarci, ha vinto: la possibilità di costruire una patria nuova” (e a coloro che non gli hanno concesso l’appoggio, Correa ha indirizzato la rassicurazione di una “chiamata sincera e patriottica a lavorare con umiltà e serenità per gli obiettivi prefissati, poiché chi ha vinto sono cittadini con le mani pulite ed un vero ardore democratico”).

Nuvoloso e con frequenti piogge, per converso, il tempo previsto dagli osservatori più pessimisti, data la poca esperienza del neo-presidente ecuadoriano (tra l’altro il più giovane che la storia ricorda) e lo scarso appoggio che vanta nell’assemblea legislativa, tutta sbilanciata a favore dei “nemici” del PRIAN, i cui seggi prevalgono su quelli di Alianza Paìs (una funesta visione del futuro che, sullo sfondo di “una buona dose di ingovernabilità”, vede Correa pendolare tra le due altrettanto pessime tendenze dell’eccessivo ricorso al compromesso o della indulgenza verso una condotta filo-dittatoriale). Saprà mitigare oppure no la sua attrazione per il polo “izquierdista”, è, inoltre, l’altro quesito che gli sfiduciati si pongono, ulteriormente preoccupati nel sentigli annoverare, tra i primi propositi, che non firmerà il Tratado de Libre Comercio con gli Statu Uniti.


Insomma, cambieranno le cose in Ecuador a partire da lunedi 27?

Pur se probabilmente ha ragione il vescovo di Esmeraldas Eugenio Arellana, quando afferma che “al fine di migliorare la difficile situazione dell’Ecuador, la vergine di Lourdes dovrà lavorare sodo”, per tutti i suoi abitanti (o meglio per la metà dei suoi cittadini), almeno domenica sera spazio solo alla gioia ed alle manifestazioni di giubilo, con caroselli, sventolio di bandiere, musica e clacson ad animare una “noche especial”.

Comunque, a chiosa di tutto e volendo esprimersi ancora una volta mediante l’efficace gergo elettorale, quello che. a prescindere da tutto, rasenta la percentuale del 100%, ossia la matematica certezza, per l’Ecuador che si è svegliato oggi lo sintetizza la batuta-verità della vignetta apparsa sull’editoriale di un quotidiano tutt’altro che comico: “la campagna elettorale lascerà un vuoto assai complicato da colmare…..il símbolo del dollaro a rappresentare il debito pubblico galoppante”.

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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