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 Ultimo Aggiornamento:
04 agosto 2010

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PIACERE, MI CHIAMO MISERIA…….


articolo e foto di Tania Belli

29 novembre 2006



"Hai mai guardato la miseria negli occhi?".

"Ti sei mai avvicinato alla miseria, tanto da poterla sfiorare, perfino toccare con ciascuno dei 5 sensi che il Creatore ti ha regalato per il giorno della nascita?"

Io, come d’altronde ogni persona la quale, al culmine di un gesto d’amore, si è ritrovata ad esser membro della coeva società (una aggregato umano che, a prescindere dalle premesse, in un cerchio di 360 gradi è in grado di racchiudere tutto quanto un pianeta possa venir ospitato, bello o brutto che sia!), il nome della miseria già lo avevo sentito pronunciare diverse volte (finanche facendomene portavoce). Eppure nessuno, in tanti anni di discussioni intorno all’affaire miseria, si era presentato dinanzi al mio cammino, offrendosi di presentarmi la essenza in cui la dama nera, dal nome miseria, concretamente s’incarna, assumendo sembianze reali.

Ancora una volta, perciò, mi sono dovuta voltare a guardare i mille volti dell’Ecuador, per poter incrociare il mio sguardo con quello della miseria. E la miseria, in Ecuador, ad Esmeraldas nello specifico, si chiama “Potosì”.

Potosì un quartiere che rispecchia la sua disperazione nelle acque del rio Esmeraldas, di nascosto da una città che, impastata di passionalità, polvere e calore umana (purtroppo, però, anche di abbondante lassismo, ben irrigato dalla insistente pioggia che da dicembre a marzo ne condiziona irrimediabilmente la quotidianità) tenta di destarsi dall’ancestrale torpore che ne paralizza l’emancipazione.

Una città che, infatti, a parte il nome, altro no sa della oscena e colpevole deformità che il suo corpo sociale presenta a ridosso di quel fiume che, molto probabilmente, le ha dato la vita e permesso la sopravvivenza (ed i primi a non volerlo sapere sono proprio coloro che avrebbero l’obbligo di sapere ed agire: i politici!). Tanto che per arrivare ad osservarne da vicino le macroscopiche deviazioni genetiche, c’è bisogno che un accompagnatore fidato metta a disposizione il suo microscopio di esperienze e ti dia le istruzioni per vedere attraverso le sue lenti, ovvero ti indichi la strada per arrivarci, guidandoti amorevolmente.

Questo hanno fatto le due suore che mi hanno invitato a seguire le loro impronte di incallite benefattrici. Dunque, in un torrido lunedì di novembre, con madre Adriana e l’attuale direttrice del “colegio Inmaculada” (e naturalmente la rassicurante figura di Renato a farci da comprimario), mi sono spinta fino a scendere quella ripida e maleodorante rampa di scale tramite cui si giunge dritti-dritti all’inferno.

Un girone infernale che neppure Dante, dall’alto della sua eloquenza, sarebbe riuscito a ricreare in maniera più efficace, pur conducendo agli estremi termini la forza esplicativa di parole e fantasia.

In effetti, non sono sufficienti le parole, non basta stimolare l’immaginazione per descrivere e riprodurre una sculture esistenziale (fatto piuttosto di mostruosi colpi di scalpello, che di forme aggraziata e gradevoli) del quale solo il tatto, la vista e l’olfatto possono rendere l’effettiva consistenza, mostrando ciascun lato di questo prisma umano, il Potosì, che nulla rispetta in quanto a logica, proporzioni e regole della normale coesistenza civile?!

Come poter, quindi, semplicemente scrivendolo, riuscire a farvi odorare il fetore di stamberghe il cui legno è ineluttabilmente impregnato di “Eau d’escrementi”? Oppure farvi odorare il profumo, ancor più penetrante, delle fogne a cielo aperto, in cui continuamente intingono i loro piedi nudi i piccoli abitanti di un quartiere abbandonato alla sua disgrazia (mentre la gente che riversa generosamente nelle sue ferite, gli scarti delle sue magre giornate, giace tranquilla, appisolata negli edifici sovrastanti)?

Come ricostruirvi, solo parlandone, il plastico di una edilizia a dir poco evanescente, fatto di promiscuità (di uomini con animali, ma non solo…) e palafitte in legno (poiché definirle case in legno sarebbe troppo!), conficcate su di un terreno in continuo movimento, schiacciato qual’è tra l’irruenza dei temporali e l’indomabile fiume (con tutti gli annessi e connessi: insetti infestanti, servizi igienici “0” ed altrettanto assistenza sanitaria!)? Come dipingervene, inoltre, gli interni, fatti di caos oppure di nulla, sospesi in solai posti in equilibrio precario in un’area malsana?

Come raccontarvi del sorriso, della sporcizia, Della fresca ingenuità e, soprattutto, delle pance gonfie di malattia: ingredienti che, seppur in dosi differenti, si vanno a mescolare per dare la tinta unica (il nero di un dramma fattosi realtà) che colora la routine di nati senza speranze di futuro? Bambini ed adolescente per cui studiare è un lusso, invece che un diritto e vivere è un dispetto alle leggi della natura?

Posso essenzialmente scrivere quanto, chiudendo gli occhi e cercando di contenere la sua sofferenza, suor Adriana ha tristemente ammesso “Nunca en mi vida he visto esto (cioè: mai nella sua vita ha visto quanto si è trovata a vedere nel Potosì…e se lo afferma lei, che è reduce da 40 anni di constante e tenace servizio sui bordi più marginali di un mondo distratto….il nostro mondo, lo stesso mondo di cui oggi, entrando nel buio del Potosì, ho acceso una luce in più, potendo prendere consapevolezza di una delle infinite crepa che lo lacerano………tra queste crepe, di certo, bisogna includere anche quella del Pampon, fratello gemello del Potosí, nel quale vi introdurrò prossimamente……)”.

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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