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¿Ma quante Yenny conosci in Ecuador?


articolo e foto di Tania Belli

24 gennaio 2007



Yenny…..era nell’aria, a partire da quella viziata, del condizionamento dell’aereo con cui stavo atterrando per la seconda volta in Ecuador, che questo nome mi accompagnasse all’interno del suo labirintico dedalo di problemi.

Dicendo di chiamarsi Yenny, infatti, non solo si è materializzata nell’aeroporto di Amsterdam l’ecuadoriana di Portoviejo con cui, sorvolando l’Oceano Pacifico, mi sono riconciliata con l’Ecuador. Ma, presentandosi nell’identico modo, cioè come Yenny (però di Esmeraldas), mi ha teso la mano anche la donna che, ferma, immobile all’ingresso del barrio del Pampón, quasi si trovasse al valico di una frontiera (quella verso il precipizio della miseria), sembrava stesse attendendo proprio me, per farmene varcare il limite esterno. Un bordo sottile, trasparente, ma dalla inespugnabile consistenza che lo divide dall’altro mondo, il nostro mondo, il mondo del bere, del mangiare, del perbenismo e del chi se ne frega del prossimo.

Il Pampón, distendendosi lungo l’argine sinistro del Rio Esmeraldas come una sorta di salsicciotto ripieno di carne da macello (circa 12.000-15.000 esemplari!), in effetti si va a piazzare, a mo’ di paratia, tra il regolare scorrere delle giornate nella cellula cittadina esmeraldegna ed il ritmo impazzito di un suo atomo periferico.

Un ritmo impazzito poiché, nell’universo umano in cui Yenny, mio personale ed esclusivo Caronte (nella vita di tutti i giorni, però, responsabile di un asilo nido), ha saputo traghettarmi, remando controcorrente insieme agli altri compagni di viaggio, assai poco gira nel verso giusto o in quello auspicabile.

Cosicché, le strade, da principale supporto per il movimento dell’uomo, quale per loro naturale propensione dovrebbero essere, nel Pampón troppo di sovente si trasformano in insidiose trappole. Buche, fango, stretti vicoli e scogli di ogni genere: ecco, in concreto, in cosa consiste il loro abituale mobilio, del quale, nella stagione secca, la polvere fa da sopramobile, sollevandosi, al minimo alito di vento, per andare ad abbracciare tutto ciò che incontra (polmoni compresi!).

Le abitazione, in un paese notoriamente esposto al rischio terremoto, oltre a non essere antisismiche, nell’urbanistica del Pampón non somigliano neppure vagamente a ciò che la cognizione comune percepisce come “ambiente atto a soddisfare i bisogni immediati della vita umana”. A meno che tali bisogni si possano appagare rintanandosi, in compagnia di animali (galline quelle predilette!), immondizia e scarsa salubrità, tra quatto gracili mura in legno o in simil-muratura, ricoperte da tetti in Eternit, con ampie bocchette di ventilazione per far defluire l’olezzo (ed i servizi igienici come eventuale optional!).

I bambini, invece che godere della irripetibile spensieratezza dell’età dell’irresponsabilità e dell’incoscienza, nel Pampón sono precoci maestri del soffrire in silenzio e con discrezione, adusi come sono ad apprendere più in mezzo alla via o lavorando sfruttati, che a scuola.

I religiosi, che sono stati i primi a gettare l’ancora nel mare delle problematiche di Esmeraldas, sono dovuti fuggire dal Pampón, immediatamente seguiti dalle suore. Oggi, dunque, è arduo trovare un prete finanche per officiarvi la messa domenicale e della loro presenza non rimane altro che le sbarre a difesa di una edicola una volta occupata della statua della Madonna (sparita anche quella!).

La violenza, poi, da variabile accidentale quale dovrebbe logicamente essere in una coesistenza sociale, nel Pampón costituisce la costante, tanto che a darci il saluto d’addio da tale budello incarnito nel corpo di Esmeraldas è stato il ladro che, furtivamente, dopo aver aperto l’autovettura con cui vi eravamo arrivati, ci ha obbligato ad allontanacene senza la radio. Tuttavia sono riuscita a fami una ragione della perdita della radio, perfino rincuorandomene, quando ho saputo che, appena due anni fa, è andata assai peggio all’arcivescovo di Firenze giunto in visita ad Esmeraldas. L’illustre ospite, infatti, se non veniva prontamente tratto in salvo dal suo omologo locale, sarebbe caduto vittima della sparatoria che, come un fulmine a ciel sereno, vi si era scatenata (niente paura: normale amministrazione nel Pampón!).


Yenny di Portoviejo e Yenny di Esmeraldas: uno stesso nome di battesimo, ma due incontri diversi per bagnare il mio indelebile battesimo con due differenti espressioni della miseria.

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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