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La sanità ecuadoriana: una cura per i malati o una malata da curare?


articolo e foto a cura di Tania Belli

23 novembre 2006 - Prima parte



Prima di partire, una donna, una tra le tante ecuadoriane ormeggiate nel più sicuro e confortevole porto italiano, intenta ad enunciarmi con dovizia di sintomi e cause i molti mali da cui è intaccato, quasi sino al midollo, il fisico ormai stanco del suo paese, laconicamente mi ha detto: “in Ecuador chi non possiede denaro, muore”.

Una affermazione estremamente grave. Eppure, benché all’apparenza mi sembrava impossibile, c’era ancora da dover scavare oltre quella gravità per inquadrare il problema nella sua interezza; c’era ancora dell’altro (un altro di sicuro poco rassicurante) da dover cercare nel fitto dedalo di incongruenze del sistema sanitario ecuadoriano.

C’erano, cioè, realtà ancora più agghiaccianti che, racchiuse dentro quel crudo, ma drammaticamente vero sfogo di chi, giocoforza la sapeva lunga, attendevano di essere scoperte, spalancandosi, come al solito per mero caso, dinanzi alla mia vista.

Perchè in Ecuador, infatti, non soltanto può accadere (mi correggo: troppo spesso accade) che coloro i quali non hanno soldi a sufficienza muoiano dimenticati nelle pieghe di un sadico sistema sanitario, ma addirittura è divenuto un fatto assodato, sedimentatosi da tempo nella routine quotidiana, che ad essi “non sia neppure concesso il diritto di ammalarsi”.

Un diritto amaramente negato, del quale ho potuto cogliere il palese riflesso nella pratica (un riverbero decisamente accecante), varcando la soglia di un consultorio medico, o meglio del “subcentro de salud Plaza Arena”.

Scappare dall’ira indomabile di un tipico acquazzone alla quiteña, rifugiandomi in un angusto pertugio, incuneato nella solenne ombra della cattedrale, in effetti, mi e’ valso un buono omaggio per addentrarmi nella macroscopica inefficienza del sistema sanitario ecuadoriano.

Più esattamente, volendo chiamare le cose con il proprio nome, nel cercare riparo dalla copiosa pioggia che un cielo grigio gettava su Quito con generosità, mi sono ritrovata tra quattro gracili mura di compensato, però, almeno all’apparenza, impermeabili all’acqua.

In realtà solo all’apparenza il tetto di quello scatolone mascherato da consultorio medico, era impermeabile.

Prima contraddizioni, quindi, per un ambulatorio che dovrebbe accogliere e poi curare chi vi si reca per guarire da un malanno: come si può pretendere di migliorare la salute di una persona, ricevendola in un ambiente umido, in cui le pozzanghere sostituiscono il pavimento?

Da ciò scaturisce la seconda contraddizione: come può, un luogo siffatto, dare garanzie di igiene e salubrità? D’altro canto, da vetri venati o infranti e, soprattutto, da una copertura in ethernit, cosa ci si deve aspettare?

Ebbene sì, il tetto di quella struttura medica altro non era che un insieme di lastre di ethernit sovrapposte, da cui la terza contraddizione, che tra l’altro preannuncia la quarta, rappresentata dallo stupore della dottoressa Maria del Carmen (uno stupore da far aggrottare la fronte e riempire di lacrime gli occhi) nel ricevere da me la spiacevole notizia della comprovata pericolosità di questo materiale da costruzione.

Maria del Carmen, la stessa dottoressa che, da 13 anni a questa parte, i quiteñi (non certo, però, quelli benestanti) ritrovano nel centro medico dell’area 1, una struttura che, donata dal Comune al ministero della salute, dovrebbe essere all’altezza di offrire, gratuitamente, assistenza sanitaria di base: questo in teoria. In quanto per prender coscienza dell’aspetto pratico della questione, mi sono fatta guidare proprio da quella stessa dottoressa, Maria del Carmen, che anche io ho trovato appostata nel suo posto di combattimento, pronta ad illustrarmi le altre contraddizioni che vanno a completare la lunga lista vantata dalla sanità ecuadoriana.

Una sanità che si guarda bene dallo stimolare i propri dottori, anzi li maltratta con scientífica puntualità, dapprima concedendogli una remunerazione tutt’altro che adeguata e, successivamente, ostacolandone ambizione e talento. Tanto che il marito di Maria, un brillante studente universitario, nonché geniale medico, sul letto di morte (quella morte dovuta proprio alla scarsità di denaro), al figlio, con estremo rammarico, non ha potuto dire altro che “non ho potuto compiere il mio dovere e raggiungere le mete prefissate poiché esiste molta ingiustizia” (poiché, puntualizza Maria, “legato ed imbavagliato dalla politica sanitaria ecuadoriana, che schiaccia i cervelli migliori”). Perciò come contraddire Maria quando, pur non rinunciando a sorridere, sconfortata mi confessa: “tutto qui (alias nel comparto medico ecuadoriano) non è altro che una disgrazia”. Perciò come biasimare tutti i laureati in medicina che decidono di emigrare altrove?

Una sanità che, sebbene apra le porte dei suoi ospedali ai malati, tuttavia non si esime da fargli pagare le medicine necessarie per debellare le loro infermità (un tiepido palliativo sono le assicurazioni private all’americana, che, a quanti riescano a permettersele, rimborsano al massimo il 60% della spesa totale sostenuta).

Una sanità che se ne frega altamente dell’aspetto umano della medicina, monetizzando tutto ciò che incontra sulla propria strada, siano essi professionisti del mestiere, che loro “clienti” (chi viene concretamente ascoltato, dunque, è il solo melodioso tintinnio del denaro.....ma questo denaro in quali tasche affluisce?!).

Una sanità che non rinnova, o finge di farlo con pure e semplici promesse, l’attrezzatura mediante cui il male si dovrebbe debellare, lasciando a galleggiare nell’acqua e nella sporcizia il suo esercito di dottori, abituati, ormai, a fare salti mortali, quando non veri e propri miracoli.

Ahimè, però, malgrado le preoccupanti rivelazioni sulla sanità ecuadoriana avuto al cospetto della imponente cattedrale gotica, in una Quito inzuppata dalla pioggia di un improvviso temporale, il giorno seguente di nuovo mi sono ritrovata nelle mani pezzi di mosaico mancanti. Di nuovo, cioè, mi sono accorta che non avevo ancora ispezionato tutti i lati del complesso parallelepipedo Ecuador, mancando da catturare nella mia rete gli ulteriori infausti risvolti del suo servizio sanitario pubblico. Comunque, pescando con Nancy nel lago di dolore di un popolo dissanguato, anche questi altri pesci grossi sono venuti all’amo (segue nella seconda parte...che invierò prossimamente).

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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