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 Ultimo Aggiornamento:
04 agosto 2010

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Carcere: struttura riabilitativa o sala delle torture?

Dal sentito dire, alla realtà dei fatti.


articolo e foto di Tania Belli

17 gennaio 2007



Ogni giorno di più sembra prendere le sembianze di una amara, ma tremendamente vera realtà. Le crude storie di abuso, corruzione e reiterate violazioni dei diritti umani che, con insistenza sempre crescente, affiorano nel parlare comune degli ecuadoriani qualora gli si evochi la fosco ombra dei penitenziari del paese, infatti, da meri luoghi comuni o velati sospetti, stanno divenendo un triste, ma palpabile risvolto della stringente attualità. Ed a rivelarlo, non sono soltanto e finalmente i diretti interessati, ad esempio coloro i quali hanno confessato tra le righe di un quotidiano, in concomitanza delle passate feste natalizie (forse l’ennesima ispirazione divina?!), che per poter indossare i panni del secondino e, quindi, lavorare in tali vesti in un carcere dello Stato (nel caso specifico, quello di Ibarra), si sono dovuti sobbarcare l’onere di pagare una profumata tangente. Quanto piuttosto, a svelarlo in maniera più lampante ed immediata, sono stati i miei stessi occhi e la mia inappagabile curiosità di giungere a toccare con mano quanto essenzialmente il mio udito aveva ascoltato.

Il carcere di Quito, quello di Esmeraldas e, ciliegina sulla torta, quello di Guayaquil, sono state, dunque, tre delle boe che, dopo una instancabile rincorsa, sono riuscita a dribblare durante il mio mese di navigazione a vista attraverso i mali dell’Ecuador.

Ad essere sinceri, però, non tutto quanto pensavo a priori di incontrarvi, vi ho concretamente incontrato e non tutti i nodi che intendevo sciogliere vi ho potuto sciogliere. Comunque nelle lenti del binocolo ho potuto inquadrare abbastanza obiettivi per fornire la mia personale versione dei fatti, assai vicina, se non perfettamente collimante, a quella sentita raccontare tante e troppe volte.

Per fortuna, tuttavia, c’è sempre l’eccezione che conferma la regola.

E questa eccezione presenta la forma e la sostanza del “Centro de Detención Provicional” di Esmeraldas.

Una oasi (sempre che un penitenziario possa definirsi come tale) nel deserto morale e giuridico del sistema carcerario ecuadoriano, in cui ho potuto fare una educativa sosta, beneficiando della cortese e sensibile guida del suo capo-tribù (vedi nota 1) : Mayra, la neo-direttrice (e quel “neo”, che equivale ad una manciata di mesi, per il futuro potrà anche significare l’andare a cancellare alcuni dei “nei” che ancora macchiano la fedina penale di un carcere da prendere come punto di riferimento per una eventuale, ma insperata opera di rifondazione del marcio-cosmo penitenziario ecuadoriano).

Di oasi parlo, in quanto in altri termini non potrei esprimermi facendo il debito parallelo con quanto di identica natura (ma di tutt’altra facciata…..mi riferisco alle prigioni di Quito e Guayaquil) ho potuto ispezionare, frugando, in sordina, tra i malcelati scheletri nell’armadio.

Rapporti umani e vicendevole rispetto tra vigilantes e loro controllati: due cardini relazionali che, nella più desolante rarità dell’orbita penitenziaria ecuadoriana, costituiscono il satellite fisso del pianeta penitenziario esmeraldegno. Un carcere in cui, arrivarvi per pagare un debito con la legge, è come ritrovarsi in “una famiglia allargata”, tanto che io stessa ho rischiato seriamente di confondere chi fosse la guardia e chi il ladro, ovvero: ho scambiato l’assistente sociale per una detenuta; ho smarrito per un attimo le tracce della direttrice, intrufolatasi tra i panni stesi all’interno di una cella, per andarsi a sedere sul letto di una donna in lacrime e poterla confortare; ho applaudito due donne, di cui una in divisa, competere alla pari per infilare il pallone in un canestro; mi sono affacciata in una cucina in cui controllanti e controllate mangiavano gomito a gomito, scambiandosi finanche battute ironiche).

Sorrisi e anime prive di cicatrici profonde o difficili da rimarginare, inoltre, regnano incontrastati tra le dune del miraggio Esmeraldas, isolato nel bel mezzo della scorante angoscia del deserto carcerario ecuadoriano.

Violenza, droga e corruzione pari a zero, si rileva, poi, scorrendo la lista delle attività e passività di una intelaiatura carceraria, quella di Esmeraldas, che fortunatamente non è da tali veleni intossicata, a differenza di quanto sconsolatamente si riscontra in tutte le altre simili strutture, i cui ospiti, senza trincerarsi dietro troppi segreti, si azzardano ad ammettere “che in Ecuador esiste più degenerazione all’interno, che fuori dal filo spinato”.

Ed ancora, sempre ad Esmeraldas, si può ben dire che i numeri siano tutti in ordine, pur confluendo in un bilancio, il calderone rovente delle prigioni ecuadoriane, nel quale le cifre scritte in rosso sono generalmente predominanti, essendo ormai cronici ed ammortizzabili con estrema fatica i vuoti d’organico, come pure incolmabili sono quasi divenuti i macroscopici buchi neri delle infrastrutture; lacune in cui arredi, suppellettili ed igiene vanno letteralmente alla deriva.

Spazi più decorosi ed a misura d‘uomo (vedi nota 2) , si rinvengono, infine, calpestando i pavimenti dietro la più alta recinzione di Esmeraldas. Spazi che, come avviene altrove, non schiacciano con le loro anguste e risicate celle quelle creature già martoriate da afa, insetti e sporcizia e che, prima ancora di esser carcerate, sono persone (i tre metri quadrati che inscatolano le recluse di Quito, pertanto, sono lontane miglia); spazi che non sono sovraccarichi di corpi, ma privi delle basilari vie di sfogo per i loro bisogni.


Una oasi, comunque, non di assoluta e piena felicità, poiché, insieme al malessere, indubbiamente scontato, di sentirsi dietro le sbarre, ci sono i problemi di sempre da affrontare e risolvere.

Da affrontare, per dirne una (una delle più gravi!), è il laccio che lega i polsi dei penitenziari ecuadoriani, già imbavagliati a dovere: la scarsità del sussidio erogato dallo Stato, che, per tamponarne i fabbisogni alimentari, si limita a versare un dollaro al giorno a ciascun detenuto (come pretendere, con un misero dollaro, di garantire ad ognuno almeno i canonici 3 pasti quotidiani?!).

Da affrontare è, poi, l’ingombrante scoglio della riabilitazione, recuperando anima e spirito di esseri viventi che, al di sopra di ogni cosa, necessitano di riconciliarsi con la vita, riacquistando quella autostima e quell’amor proprio con il cui indispensabile impulso poter riscoprire un motivo per poter andar avanti nel camino esistenziale e, così, non estirpare del tutto il flebile legame che ancora li tiene uniti al resto del mondo. Quelle pesanti zavorre che definiamo prigionieri, infatti, non possono e non devono essere scaricate a cuor leggero da una società masochisticamente cinica, che preferisce rinchiuderli al sicuro lontano dalla sua portata per non farsi intaccare le membra, come se si trattasse riduttivamente d’ingombranti intralci da rimuovere sul percorso verso l’auto-realizzazione.

Per essi, più che per qualsiasi altra componente dell’universo umano, al contrario, urge intraprendere un percorso formativo e professionale tale che li possa affrancare dalla asfissiante dipendenza dal crimine, da quell’agire contro la legge che è la sola scappatoia praticabile quando tra le dita non si stringe null’altro che un pugno di mosche e che chiude la gola più che la mancanza dell’aria fresca della libertà. In altre parole, senza una base solida su cui poggiare stabilmente la suola di scarpe infangate dall’onta del reato, è impensabile l’idea di vedere, il legittimo proprietario, sollevarsi in piedi facendo leva proprio su quelle stesse scarpe, pur sottoposte ad un lavoro di accurata pulizia.

Inoltre, che fine farebbero i figli di un amore galeotto (quell’amore, cioè, che si è infranto addosso alle mura del carcere), se venissero privati del basilare contributo che apportano educazione ed assistenza morale? Probabilmente quella che i loro stessi genitori hanno fatto essendogli venuto meno il presupposto indispensabile per tramutarsi in cittadini modello.

Laboratori artigianali, insegnanti, psicologi e tutto ciò che forgia il presente di un uomo per prepararlo ad un futuro onesto e dignitoso: ecco di cosa ad Esmeraldas lamentano la mancanza e cosa ne renderebbe il carcere un’oasi a tutti gli effetti.

Note:

(1) Se non ci avesse messo lo zampino la mia amica Teresa, però, sarebbe andato altrimenti ed ora non starei qui a raccontarlo.

(2) Benché ad un carcere prettamente femminile ci si riferisca…..battute a parte, il padiglione ora occupato dai maschi lo è soltanto per una causa di forza maggiore: l’incendio occorso nella prigione di Quito agli inizi del 2006, che ha obbligato ad infilare i relativi occupanti laddove si è recuperato un fazzoletto di spazio utile.

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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