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 Ultimo Aggiornamento:
04 agosto 2010

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La scuola che non "IMPARA"


articolo e foto di Tania Belli

25 gennaio 2007



La giustizia inquirente insegna che, per ogni caso da risolvere o indagine da condurre a termine, un insieme di indizi può costituire una prova vera e propria. Quella metaforica pulce nell'orecchio che, da mero sospetto, assai di sovente si tramuta nel nitido riflesso della veridicità di una intuizione.

Pertanto, qualora uno sprovveduto Diogene volesse accedere, con al seguito il proprio lume di curiosità, all'interno del buio tunnel dell’educazione di fabbricazione espressamente ecuadoriana, questa strategia investigativa potrebbe di sicuro far comodo.

Ovvero, di sicuro gli tornerebbe utile prendere consapevolezza che dal dubbio, specie se confermato da altri dubbi, spesse volte può sgorgare il fiume della verità taciuta o imbellettata con false ed ipocrite scusanti. Poiché un dubbio, se amplificato dal reiterarsi, sotto varie forme e parvenze, dell’anomala situazione che lo determina, altro non è che un indizio. Un indizio tanto più schiacciante, quanto più è passibile di riprodurre se stesso, rigenerandosi in una fitta serie di multipli e sottomultipli, i quali bene si rispecchiano in quegli interrogativi dalle cui risposte s’insinua il dubbio.

Dubbi, indizi, quesiti e risposte, come quelli di cui appresso.

Come quelli che punzecchierebbero il nostro Diogene se gli giungesse tra le mani un libro scolastico e vi rinvenisse nient’altro che elementari e a volte sciocchi esercizi di pura meccanica. La sua mente non maturerebbe allora l’idea che queste pratiche robotiche mirino ad appiattire il ragionamento, invece che a stimolarlo?

E se, poi, Diogene fungendo da caleidoscopio delle osservazioni, vestite da lamentele, di svariati scolari ecuadoriani, e scoprisse che le critiche da essi rivolte al loro sistema educativo, tacciato di essere eccessivamente indulgente in quanto a programmi schematici, ingessati e di scarso contenuto qualitativo, non trarrebbe forse la conclusione per cui riflessione ed emancipazione siano ospiti tutt’altro che graditi nelle classi ecuadoriane?

Se, inoltre, scambiando quattro chiacchiere con un insegnante, magari davanti ad una fumante tazza di caffè o sul sedile di un taxi, dirottato per giungere insieme ad una stessa destinazione, Diogene si sentisse dire che i docenti ecuadoriani, a qualsiasi grado ed ordine pratichino la propria saggezza, sono ugualmente sottopagati, con l’inevitabile implicazione di dover ripiegare al doppio lavoro pur di campare, a quel punto il suo pensiero non evocherebbe l’immagine di professionisti talmente stanchi, scarichi e spremuti da non riuscire a svolgere bene il mestiere che tanto desiderano onorare? Professori che, peraltro, a causa del groviglio di problematiche socio-esistenziali in cui è avviluppato inestricabilmente l’Ecuador, troppo di frequente sono tenuti ad improvvisarsi anche psicologi, aggiungendo al loro già delicato ruolo, quello di rimpiazzare la pur insostituibile famiglia. Una responsabilità enorme per chi, nonostante tutto quello a cui si presta, vede gravare sulla propria testa la spada di Damocle di un licenziamento discrezionale e sovente privo di preavviso, in quanto in Ecuador, almeno per il corpo docente, l’assunzione avviene senza un briciolo di concorso e tramite semplice chiamata, giustificando l’arbitraria liberalità insita nel successivo ben servito …come dire che tutto dipende dal buon senso del capitano del vascello. Di conseguenza, cosa indurrebbe a credere, al nostro Diogene, venisse a sapere che la persona sbagliata possa esser stata individuata per ricoprire tale posto di comando? Quale inquietante ratio potrebbe occultare l’eventualità che lo sbaglio sia stato commesso con scienza e coscienza? Quante e quali ripercussioni questo errore potrebbe provocare? Dietro ed al di sopra di tutto ciò si potrebbe figurare il Grande Fratello di una macchinazione volta ad irretire i docenti giudicati esageratamente progressisti, avanguardisti o, addirittura, leggermente più flessibili? Vi si potrebbe collocare il demone di una strumentale ingerenza, congegnata ad arte per far quadrare i conti e far avverare un certo destino?

E se ancora, Diogene, nel ritrovarsi a sedere su un banco di scuola di legno ecuadoriano doc, e volendo saggiarne la circostante tecnologia, si accorgesse che poco o nulla si fa per tenere in forze il mondo della scuola e per avvicinarlo all’attualità del mondo globale in cui è inglobato (con l’ulteriore aggravante che le uniche strutture adeguatamente attrezzate ed in buona salute si cingono dell’aureola della religiosità o, comunque, di una gestione privata), non gli verrebbe di pensare che altrettanto carente è l’attenzione per la formazione giovanile, cioè per la maturazione delle nuove leve della società? Come se fosse preferibile che formazione e maturazione non completassero la loro parabola evolutiva?

Se, infine, Diogene, ricevuto in pompa magna presso un istituto scolastico, assistendo agli esami che vi si celebrano per il passaggio di livello, si rendesse conto che superarne il test equivale a bere un bicchiere d’acqua, il fiume speculativo che scorre nella sua corteccia cerebrale non confluirebbe nel desumere che tale modo di operare sia decisamente controproducente per addestrare gli studenti alla vita e per equipaggiarli contro le insidie della crescita, obiettivo principe della palestra-scuola?

Diogene che, nel rispondere alle domande sollevate da una esperienza vissuta direttamente sul campo, hai raccolto tutti questi indizi (tali da formare una prova), cosa potresti dire a discolpa di coloro i quali relegano la scuola tra le ultime voci della lunga lista delle emergenze da fronteggiare, considerandola al pari di un ripostiglio in cui depositare gli eventuali avanzi? Quale argomento potresti eccepire a difesa di coloro che, dopo aver imposto l’obbligo della divisa per la frequenza delle lezioni, in nome di una riciclata equità, non sborsano un centesimo di dollaro per finanziarne l’acquisto!


Didascalie foto: Le foto ritraggono i promossi ed i bocciati del sistema scolastico ecuadoriano: come è ben visibile dalle immagini, gli unici ad uscirne indenni e passare l’esame sono gli istituti privati, la maggioranza dei quali sono diretti da comunità religiose (nel caso specifico: la congregazione belga delle suore della provvidenza – “colegio de la Inmaculada” ed i successori dei Comboniani italiani – “colegio Sagrato Corazón”).

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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