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 Ultimo Aggiornamento:
04 agosto 2010

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Il ritorno dall'Ecuador


articolo e foto di Tania Belli

21 dicembre 2006



Fly to Italy……

Sarà stato determinato dalla mera casualità, ormai divenuta una costante della mia vita, il fatto per cui, nel preciso momento del suo rullare sulla pista di decollo per prendere il volo dall’aeroporto internazionale Mariscal Sucre di Quito, il velivolo MD11 sul cui sedile n°16d ero seduta, ha deciso di lasciar cadere dall’impianto di condizionamento, dritto-dritto sul mio braccio sinistro, varie gocce del liquido di refrigerazione?

Forse sì, oppure no, comunque la mia unica certezza in quello stesso istante, nel vedere la città di Quito scappar via attraverso l’ovale dell’oblò dell’aereo, era che anche i miei occhi si stavano inumidendo, velandosi di trasparente, tangibile malinconia. Una malinconia che solo a stento riusciva a trattenere la medesima perdita di gocce emotive.

Ciao, o per esser in tema, “adiós” Quito, Ecuador e tutti gli amici che qui vi avevo incontrato durante l’intenso mese di overland tra le sue imponderabili meraviglie (meraviglie che, inspiegabilmente, ignorano cosa siano le mezze misure), significava, infatti, quella emozione che io, e a quanto sembrava, anche il volo 754 della KLM diretto ad Amsterdam, con scalo nelle Antille olandesi, stavamo provando nel ritrovarci sospesi tra un abbraccio di congedo e uno di ritorno.

Amore ed odio (o, per essere più precisi, attrazione e repulsione), in effetti, erano i sentimenti che filtravano, in quegli attimi impastati di freschi ricordi, dai vetri spessi di un mezzo di trasporto che, separandomi da un presente da poco bruciato dalla fiamma del tempo, ma sentimentalmente ancora vivido, mi riconduceva alla ovattata familiarità del solito passato, il passato del mio sempre, quello noto e stranoto della quotidianità. Di amore ed odio, pertanto, erano i sentimenti che affioravano alla mente con l’accrescersi della distanza da tutto ciò che stavo salutando; da tutto quanto, cioè, avevo ormai imparato a conoscere e, riconoscendolo, rispettare e sopportare, pur impegnandomi ad agire per migliorarlo. Identico amore ed identico odio che, dunque, si infittivano, schiumosi, anche nei pensieri che lievitavano a vista d’occhio nella mia corteccia cerebrale mano a mano che i chilometri verso casa si accorciavano per renderne l’ombra sempre più prossima e proiettarmi ogni ora di più nel dejà-vù.

Quale tipo di amore e quale genere di odio, in fine, avrebbero prevalso? Avrebbero avuto la meglio l’amore e l’odio traducibili con i verbi di un passato assai recente o, al contrario, si sarebbero imposti quelli coniugabili mediante il passato di un tempo più remoto?

Non lo potevo sapere, ne tanto meno prevedere, presa com’ero dal mio malfunzionamento sensoriale (per di più amplificato da quello di un jumbo solo all’apparenza grande e grosso), in quella dimensione a-temporale, tipica di ciascun viaggio di rientro, che, prepotentemente, si poneva a spezzare il mio oggi, intervallandolo con un ante ed un post.

Comunque, nella sfocata opacità di una rimuginazione a ruota libera nell’ambito di uno spazio privo di gravità temporale, c’era una sensazione che, nella confusione di un sistema emotivo sotto pressione, riuscivo a cogliere, percependola nella sua vera essenza: la leggerezza di voler rinviare le riflessioni più profonde ad un prossimo domani.

Una emozione partorita da quello stesso mondo in cui stavo galleggiando: l’affascinante, attrattiva nebulosa, stracolma di incomprensibili ed antitetici controsensi, che è il viaggiare. Un viaggiare sfiorando le nuvole che, per ottemperare a rigorose regole di sicurezza aerea o di tecno-burocrazia, obbliga ad uniformarsi, accondiscendente, a fastidiose restrizioni, tali, spesse volte, da mettere persino in dubbio i futuri progetti turistici e che, su due piedi, di sicuro irritano i nervi fino a spingerli sull’orlo dell’odio.

Cosicché, se in quegli eterni lassi di tempo potevo transigere sulla ragione per la quale il mio aereo faceva i capricci, piangendo, sotto i miei occhi commossi, lacrime di aria condizionata, ugualmente non mi era possibile fare sui motivi per cui, mentre il suo collega dell’andata, il n°753, cercava di intrattenermi con tutti i confort in proprio possesso, permettendomi finanche di mangiare utilizzando lucide posate di metallo (coltello compreso!), per converso un integerrimo funzionario della dogana di Amsterdam si risolveva a gettare tra i rifiuti un innocuo burro di cacao, accompagnato da una candida crema per le mani ed un inoffensivo repellente anti-zanzara, tutti “scovati”, dopo un accorto controllo, nel mio bagaglio a mano. La giustificazione ufficiale? Quelle sostanze, pericolose e liquide fino a prova contraria (il giudizio d‘appello, però, non mi è stato concesso!), dovevano essere risposte, per “ovvie” disposizioni anti-terrorismo, in un sacchetto trasparente, della capienza di appena un litro, chiudendovele ermeticamente. Ma se la busta consegnatami all’aeroporto di Roma aveva un volume maggiore di quello tollerato in Olanda, che colpa avevano il mio burro di cacao (peraltro rosa!), la mia crema per le mani (peraltro di soli 10 gr.!) ed il repellente anti-zanzara (peraltro in formato stick)? Che fretta c’era, inoltre, di buttarle precipitosamente tra le immondizie, quando, con un po’ di pazienza, avrei potuto tentare di infilarle nella mia bella bustina a norma di legge, oppure (come già eravamo d’accordo), darle in prestito a quella della mia improvvisata vicina di sedile? Tuttavia, nel tragitto est-ovest, quello del rientro in Italia, il desiderio di buggerare chi, prendendomi alla sprovvista, mi aveva fregato nella rotta ovest-est, quella dell’andata, è stato tale, da permettermi di trasportare nel bagaglio “carry on board” tanto di forbici, lametta e bottiglia di ron da un litro…alla faccia delle “ovvie” prescrizioni anti-terrorismo! Dove erano finiti, quindi, in questa puntuale circostanza, i ferrei apparati di vigilanza?



………breve intercalare, volto a sdrammatizzare la serietà della difficile ricerca per recuperare il bandolo della matassa smarrito all’interno di un ingarbugliato gomitolo di sentimenti.

Tania Belli, autrice del libro "31 giorni in Ecuador giusto il tempo per lasciarsi graffiare l’anima" di Fabio Croce Editore


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